POSTumi di Totnes

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Avete presente quel momento di rivelazione assoluta che capita ogni tanto nella vita? Quando tutti i puntini si collegano e delineano un quadro talmente chiaro e plateale che ti domandi come avevi fatto a non averlo visto prima.Questa esperienza mistica, quasi sciamanica l’ho provata l’ultima volta il 12 Ottobre del 2009. In in un certo senso ho scoperto l’America.
Si, perché tutte quelle cose che mi frullavano nella testa a proposito dell’ambientalismo e dell’essere verdi e del cambiamento climatico e il gruppo d’acquisto solidale, non avevano un riscontro incontrovertibile, a prova di scetticismo.
Questo riscontro l’ho trovato quel giorno, leggendo del Picco di Hubbert. Lo ammetto…non ne avevo mai sentito parlare,e dire che è una teoria che risale al 1956.
Comunque, da quel momento non sono più stata la stessa : sno entrata nell’orbita transizionista. Senza stare a farla troppo lunga, perché tanto chi sa di cosa sto parlando non ha bisogno di spiegazioni e chi non lo sa non potrebbe capirlo da queste mie righe, ho iniziato un percorso sempre più collegato al Transition network e al luogo dove tutto era nato, ovvero Totnes.
Il desiderio di visitare la prima Transition Town è sempre stato molto forte, ma non ero mai riuscita ad andarci.

“è sempre il momento giusto per fare ciò che è giusto” M.L.King

Ebbene, tutta sta manfrina per raccontavi il mio viaggio a Totnes!
Grazie a Social Theatre for Community Empowerment, un progetto Erasmus Plus (ante Brexit) che ha finanziato viaggio e formazione a noi di Zoè Teatri e ad altre realtà collegate ai Teatri Solidali ci siamo goduti 5 giorni intensi di formazione sulle buone pratiche adottate dai “tuttinaso” (questo è il significato italiano del termine) nei confronti della comunità.
Ecco la storia di quel che è accaduto :
2 aprile – domenica – arriviamo al pomeriggio e c’è il sole, il che un po’ ci spiazza, perché ci aspettavamo il classico tempo inglese, ma siamo nel devon che è una sorta di paradiso a pochi km dal mare e Totnes è una città sull’acqua. Il fiume la attraversa e sulla cima della collina si erge un castello dalle cui mura gli abitanti si sporgevano per scorgere l’arrivo dei Normanni ( e da qui il nome Tuttinaso) nella foto eccoci, spaparanzati al sole nel bar dove spacciano caffè italiano. Continua a leggere

Contiamoci! – Biellese che cambia

Proprio una bella storia da raccontare e condividere. Il tutto nasce da un sogno all’interno di Biellese in Transizione da parte di un gruppo di persone che vorrebbero dedicarsi al progetto Reconomy per il territorio. Lavorano con il metodo del Dragon Dreaming per realizzare questo sogno collettivo. Un anno di incontri per consolidare il gruppo e avviare le prime iniziative e progetti, ma una delle aree di azione individuate rimane sempre lì …. “fare una mappatura” di quello che già succede e delle persone, gruppi ed idee che si mobilitano. Sono consapevoli dell’importanza ma mancano le risorse, soprattutto di tempo. Ma la provvidenza sembra sempre essere in ascolto e quando si chiede si riceve ….. “E così è arrivato a noi Roberto, che in origine aveva contattato il Transition Network per fare uno stage-lavoro presso Reconomy Totnes, ma tramite vari step alla fine approda a noi dando la sua disponibilità e preparazione come neolaureato in Economia a Torino. Gli facciamo quindi subito la proposta indecente: “che ne dici di aiutarci nella mappatura?”. Ed è subito un sì entusiasta. Da quel momento sembra di viaggiare sulle montagne russe: presentazione, contatti, progettazione dettagliata e quindi eccolo qui il progetto “Contiamoci! – Biellese che cambia”.

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Roberto, che ha anche trovato subito in Edoardo, biellese e a Bologna per una parentesi di studio, un compagno di viaggio altrettanto motivato con il quale condividere questa fantastica esperienza. Partiranno il 13 giugno.

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50 giorni con bici, videocamera e taccuino per perlustrare le valli biellesi alla ricerca di “agenti di cambiamento” e raccontare le loro storie che costituiranno una bellissima storia collettiva di persone, imprese e associazioni che sognano e costruiscono un mondo diverso.

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Potrete seguire il viaggio di Roby e Edo sulla pagina FB dedicata e fare già da ora il tifo con tanti “like”. A breve si parte anche con il crowdfunding e ogni contributo sarà apprezzato e onorato. Grazie, grazie, grazie.

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Com’è andata a Malmo

L’aria che si respirava alla conference transizionista a Malmo (che è una cittadina nel sud della Svezia proprio a est di Copenaghen), era quella famigliare di tutti gli incontri che si realizzano nel contesto del movimento. Anche Ralph (hub del Belgio di lingua francese) che era ospite come me dell’evento ha avuto subito la stessa sensazione di familiarità e confidenza, di essere in un posto in cui sei già stato con persone che conosci da sempre.

Per gli svedesi è stata un occasione per tirare le somme e prendere atto di quante iniziative siano in corso nel loro territorio a livello locale. Le presentazioni di progetti si sono susseguite una dopo l’altra ed è emerso chiaramente che in alcune zone del paese c’è un bel fermento, altre invece non sono ancora state contaminate.

È molto difficile fare paragoni tra Italia e Svezia, il contesto è diverso per mille ragioni, la cultura, le dimensioni (immense) e l’organizzazione del paese, la disponibilità di risorse finanziarie, ma alcuni aspetti non cambiano.

Anche là è difficile far capire alle persone cosa sta succedendo esattamente, anche là è più facile dividersi che cooperare, anche là c’è il timore del nuovo e del diverso. Il governo attuale è fortemente orientato a destra e sta addirittura mettendo tasse sul fotovoltaico scoraggiando le rinnovabili…

Insomma, anche la Svezia non è poi questo paradiso di meraviglie che spesso immaginiamo e non è insensibile alle scosse del sistema che crolla e si trasforma.

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E nella migliore tradizione transizionista, alla sera tutti a magnà…

Una rete che prende consistenza, un hub particolare

Detto questo, alla conference si è visto che la rete di Transizione comincia oggi ad avere una presenza significativa e a garantire un sistema di relazioni estremamente interessante. Tanto si muove e la sensazione molto forte è che tantissimo si muoverà.

L’hub svedese ha caratteristiche piuttosto particolari, dalla nascita è stato collocato all’interno di un’altra organizzazione esistente, molto grande e solida. Questo gli ha conferito un carattere meno spontaneo di altri hubs, ma ha fatto sì che il gruppo fondatore fosse composto da persone con profili molto particolari, grandi competenze, capacità di visione strategica e di collegamento con entità chiave dell’organizzazione sociale del paese.

Questa genesi ha prodotto diversi effetti, alcuni anche non piacevoli, ad esempio molte tensioni nel gruppo e probabilmente una certa difficoltà a crescere insieme con modalità relazionali diverse. Un po’ per necessità un po’ per attitudine, tendono a ricorre a certi percorsi formali che noi qui in Italia abbiamo, per esempio, volutamente rifiutato fin dal primo giorno.

Proprio per questo hanno però potenzialità sorprendenti, ci siamo vicendevolmente scoperti e credo che possano nascere collaborazioni interessantissime con grande giovamento di tutti. La loro capacità e volontà di lavorare, oltre che dal basso, anche con le istituzioni è molto simile alla nostra, stanno sviluppando strumenti simili a quelli che sviluppiamo noi, hanno ottime relazioni con le università e i centri di ricerca… insomma ottimo. Stiamo tutti crescendo e maturando, è un segnale bellissimo.

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Una delle sessioni di meeting degli hub presenti: Danimarca, Finlandia, Belgio, Svezia e Italia

Anche Belgio, Danimarca e Finlandia

All’incontro di Malmo abbiamo anche fatto due sessioni di lavoro sul tema di una potenziale rete degli hub scandinavi. In particolare Svezia, Danimarca e Finlandia si sono interrogate sulla opportunità di trovare modi per lavorare assieme e coordinarsi nella strategia e nella pratica operativa.

Ci sono alcuni grandi temi comuni, come quello della progressiva “morte” del mar Baltico, che hanno certamente più probabilità di soluzione se vengono affrontati in modo organico e coordinato. Io e Ralph abbiamo contribuito con le nostre esperienze, soprattutto per arricchire il piatto delle possibilità e prendere spunto da cose che abbiamo già visto succedere in altre zone (si sta pensando a un raggruppamento in sud america, ed esiste già un embrione di raggruppamento regionale dell’Europa centrale).

La scoperta delle “Future Week”

Naturalmente è stata anche un’occasione per portarsi a casa nuovi strumenti operativi, in particolare ci è piaciuta molto l’idea delle “Settimane del Futuro” che gli svedesi praticano da anni e sono un’ottima “scusa” di coinvolgimento delle comunità in modo ampio.

Si tratta in pratica di programmi di eventi dedicati al futuro (in ogni senso possibile, quindi arte, cultura, tecnologia, visioni, ecc.) che vengono organizzate con il coinvolgimento dei comuni e alle quali sono invitati a partecipare tutti i soggetti di un certo territorio. A seconda delle dimensioni del comune coinvolto, le attività possono essere concentrate in un quartiere, in un’area specifica o interessare l’intero abitato (nel caso di piccole realtà). Sembra che qui questo tipo di approccio abbia avuto un buon successo, prendiamo nota.

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Abigale Sykes, la direttrice di LandetsFria, il giornale che ogni settimana dedica due pagine alla Transizione svedese.

LandetsFria: un giornale transizionista

Altra mossa vincente della transizione svedese (ah… dimenticavo, transizione si dice omställning) è stata quella di arrivare ad avere due pagine ogni settimana sul free press LandetsFria, che viene distribuito in tutto il paese. Lo realizza una cooperativa di giornalisti e lo dirige Abigale Sykes. Si è trattato di un canale molto utile per trattare costantemente i temi chiave, veicolare le date degli eventi e degli incontri, ottenere una certa visibilità negli ambienti più sensibili alle tematiche ambientali.

Durante questa conference Abigale si è messa personalmente in gioco chiedendo aiuto a tutti per rendere il suo lavoro di giornalista sempre più sinergico e a supporto delle attività di transizione. Ha chiesto a tutti consigli e indicazioni su come diventare più incisiva e su quali temi sia più importante evidenziare.

Voglia di lavorare insieme

Quello che mi sembra l’aspetto più importante di tutti è il grande interesse a lavorare insieme a livello internazionale. C’è sempre stato ovviamente, sta un po’ nel dna della Transizione, quello che è cambiato adesso è che gli hub sono più definiti e organizzati, insomma, sono davvero pronti a pensare a strategie anche su ampia scala geografica. La sensazione di tutti era quella di aver raggiunto un nuovo punto evolutivo… bene, molto bene.

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Lario dell’università di Malmo

E infine l’università

Per concludere, davvero buffo andare a fare una lezione all’università e ancora una volta un’esperienza interessantissima. In realtà tutto il mio viaggio è stato reso possibile (finanziariamente) da loro grazie all’attenzione di Fredrik Björk del Dipartimento di Studi Urbani dell’Università di Malmo. Persona squisita e contatto importantissimo perché direttamente impegnato nel Global Wellbeing Lab.

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Jann Forsmark uno dei fondatori dell’hub svedese

Fredrik non era a Malmo purtroppo, perché appunto in Butan a valutare lo sviluppo del Gross National Happines index (l’indice della felicità interna lorda), ma è stato così gentile da organizzare una lezione aperta con gli studenti del suo dipartimento che mi hanno ascoltato con incredibile attenzione e fatto domande estremamente mirate e intelligenti.

Li immaginavo però più consapevoli di noi italiani rispetto agli scenari da affrontare e i
nvece non lo erano, per chi sa di cosa parlo, la mappa del clima li vedeva praticamente tutti al centro come accade qui. Segno che in ogni luogo c’è ancora molto lavoro da fare per migliorare la nostra comprensione della realtà.

Per contro, in quei ragazzi c’era una freschezza e un’entusiasmo che temo qui sia completamente scomparso. Alla mattina ho avuto la fortuna di assistere a una presentazione di loro progetti ed erano davvero brillanti, fattibili e assennati (si capiva anche erano stati guidati da una docenza molto saggia). Ma quello che era impressionante era l’energia positiva e una generale fiducia nel futuro che qui sta sparendo.

Jann che è stato il mio “custode” in questi giorni svedese dice che comunque me la sono cavata, speriamo sia vero e di aver lasciato qualcosa di utile.

 

 

RiEconomy Talk a Sovico (Monza): come è andata?

Domenica scorsa sono stato invitato dai transizionisti brianzoli a parlare di RiEconomy.

L’idea era quella di fare una presentazione che potesse coinvolgere sia i transizionisti rodati sia nuovi amici e curiosi, che andasse più a fondo sui temi dell’economia e del progetto RiEconomy – che spesso nei transition talk non riescono ad avere il tempo che meritano – senza tralasciare le informazioni base – ovvero i nostri inseparabili amici: picco del petrolio, cambiamenti climatici, resilienza, e via dicendo.

Abbiamo provato così a ripercorrere la nostra storia dal punto di vista energetico, dai tempi dei cacciatori-raccoglitori fino agli odierni smartphone. Abbiamo visto come tutto ciò che ci circonda dipenda dal surplus energetico dei combustibili fossili, che per molti anni ci hanno dato tantissima energia a basso costo, ma che oggi lo fanno sempre con maggior fatica.

Tante informazioni su questi temi li potete trovare qui:

http://www.tullettprebon.com/strategyinsights/

Poi siamo passati al sistema finanziario, alla creazione della moneta nell’economia moderna e di tutti gli effetti che questo comporta. Devo confessare che qui le cose diventano ‘strane’. Ogni economista ha la sua teoria, ma sotto sotto nessuno sa veramente come funzioni questo magico sistema. Diventa allora molto difficile fornire informazioni oggettive come si può fare per la realtà termodinamica. La cosa bella, però, è stato parlare finalmente di questi temi senza quel velo di mistero e complotto che spesso li accompagnano. Nessuna entità segreta o piani di schiavitù mondiale delle masse. Solo un sistema complesso in piena sofferenza, condito di comportamenti emergenti autolesionisti e irresponsabili e di visioni a breve termine.

Per chi vuole maggiori informazioni sulla creazione della moneta, le più ufficiali e aggiornate che ho trovato finora sono quelle della Banca d’Inghilterra, le trovate qui:

Il documentario va in tour (col vostro aiuto)

Il documentario “RICREAZIONE”,  che racconta le storie della Transizione in Italia è pronto a farsi vedere in giro!

Qui c’è il trailer:

Per organizzare una proiezione nella vostra città/quartiere/iniziativa, mettetevi in contatto con Giulia, Carlotta e Simona: trovate le loro mail sulla pagina “chi siamo” del sito dedicato al loro lavoro:  http://www.viaggionellatransizione.com/

 

Ci serve la crescita economica?

Salve a tutt*,

ho pensato che l’articolo suggerito da Cristiano nel suo ultimo post, dove presentava la locandina dell’evento bolognese di mercoledì 29, valesse la pena di essere tradotto, quindi eccolo qui.

Ci vediamo a Bologna?

Buona lettura.


Osiamo mettere in discussione la crescita economica?

Da “The Guardian”. Traduzione di MR

Ci hanno venduto in maniera molto efficace la storia che la crescita infinita sia essenziale per mantenere e migliorare la nostra qualità della vita. Ma questo non potrebbe essere più lontano dalla realtà.

Di Warwik Smith



Il pianeta ha risorse finite. Foto:Reid Wiseman/NASA/Rex/Reid Wiseman/NASA/Rex

Il perseguimento infinito della crescita economica ci sta rendendo infelici e rischia di distruggere la capacità della Terra di sostenerci. La buona notizia è che muoversi per rendere le nostre vite più sostenibili ci renderà anche più felici e sani. Vi piacerebbe un fine settimana di quattro giorni, ogni settimana?

Sono stato a due conferenze con premesse di base analoghe, nell’ultimo anno. La prima è stata all’Università Nazionale Australiana sull’economia ecologica e la seconda, appena la scorsa settimana, è stata sull’economia di stato stazionario all’Università del Nuovo Galles del Sud. La premessa dietro ad entrambe le conferenze è semplicemente ed innegabilmente vera, tuttavia è così destabilizzante da essere fondamentale per il nostro attuale stile di vita:
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Terracini: la Transizione “dentro” l’Università

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In via Terracini, a Bologna, c’è un distaccamento dell’Università, il Dipartimento di Ingegneria denominato DICAM, una specie di piccolo “villaggio” immerso in una zona artigianale periferica, qualche nuovo condominio di fronte… un quartiere di servizio tra ospedale e aeroporto, niente di speciale.

È qui che le “ragazze” (sì direi che sono state delle donne a far partire questa cosa) di Ingegneria Ambientale hanno voluto far nascere una vera e propria Iniziativa di Transizione interna alla comunità universitaria che ogni giorno si ritrova in quegli edifici.

Nella foto vedete Alessandra Bonoli (con Francesca Cappellaro sono le ispiratrici di questo percorso) che incontra Rob a Milano durante il meeting sulle “Comunità Resilienti” della Fondazione Cariplo. È in quella occasione che si è cominciato a parlare di invitarlo a Bologna.

Ho provato a fare qualche domanda ad Alessandra per capire come sta vivendo questo esperimento in corso cominciando da “cos’è esattamente Terracini in Transizione”:

Si tratta di un percorso che vede il coinvolgimento di ricercatori, docenti, personale tecnico, amministrativo e studenti che si pone lʼobiettivo di trasformare la Scuola di Ingegneria e Architettura in un living-lab della sostenibilità.

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Il decimo passo: onorare gli anziani.

Dai 12 passi

#10. Onorate gli anziani della comunità

“Per quelli di noi nati negli anni ’60 quando il petrolio era a buon mercato, è difficile prefigurarsi una vita con meno petrolio. Ogni anno della nostra vita (eccetto la crisi petrolifera degli anni ’70) è stato caratterizzato da più energia degli anni precedenti.

Al fine di ricostruire quel quadro di una società a bassa energia, dobbiamo confrontarci con chi direttamente ricorda la transizione verso l’era del petrolio a basso costo, specialmente il periodo tra il 1930 e il 1960.

Mentre chiaramente volete evitare alcun senso di ritorno a un fioco, lontano passato, c’è molto da imparare da come si facevano le cose, dagli invisibili legami tra i diversi elementi della società e da come si conduceva la vita quotidiana. Ritrovare tutto ciò può essere profondamente illuminante”

Video realizzato da Adriano Caldiero: una lunga intervista a Domenico Cetrangolo, 92 anni di San Giovanni a Piro, fondatore dell’Albergo locale La Pergola, uno dei pionieri del turismo cilentano. Il simpatico novantenne racconta, con gli occhi ancora furbi e la battuta sempre pronta, gli inizi della sua attività turistica (e prima ancora commerciale), mentre prepara artigianalmente un cesto di vimini, una delle sue più grandi passioni.

A breve i sottotitoli.

 

 

Disegnare la resilienza Alimentare

Interessante l’incontro del 23 marzo ai Castelli Romani, molte realtà si sono riunite per condividere le proprie esperienze sul tema della Permacultura e degli orti collettivi con l’obiettivo di creare una agricoltura resiliente ai Castelli Romani. Una idea bioregionale di permacultura sociale che persegue i principi di condivisione delle risorse e di attenzione alle persone e alla terra. Durante l’incontro sono state presentate molte iniziative nate o realizzate nella Bioregione dei Castelli Romani.

Fondamentalmente è stato l’incontro tra persone e gruppi che fanno Permacultura, vogliono creare o già gestiscono orti collettivi, cooperative agricole, piccoli coltivatori con lo scopo di costruire un sistema resiliente di agricoltura ecologica e solidale. Una giornata di lavoro collettivo con i metodi di partecipazione delle Transition Town.

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Com’è andata a Funo

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Un bel pomeriggio intenso quello passato ieri a Funo. Un tTalk un po’ atipico, con una densità di transizionisti di zona decisamente sopra la media che si sono ricuccati un’altra volta tutta la mia tiritera senza nemmeno russare (o forse russando silenziosamente, non so…).

Proprio la presenza di tante persone già “dentro” alla Transizione ha prodotto l’occasione per osservazioni diverse da quelle solite. Un ragazzo di Funo, che assisteva per la prima volta a un Transition Talk, durante l’intervallo mi ha fatto una domanda molto interessante: “Ma perché loro [si riferiva ai transizionisti presenti] ridono?. È una cosa normale? Noi di Funo, che siamo qui per la prima volta abbiamo sorrisi stirati e forzati, perché tu ci metti le battute e fai ridere, ma dici cose di cui uno non vorrebbe ridere. Invece loro ridono, ridono davvero”.

Mi è sembrato un modo spontaneo e interessante di osservare ciò che accade a chi matura la propria consapevolezza, la elabora emotivamente, supera la naturale paura e la sindrome “post picco” per ritrovare un equilibrio anche nella consapevolezza delle difficoltà che la nostra epoca presenta.

Altra cosa interessante è che il giorno prima, sabato, ero invece dalle parti di Roma sempre a parlare di Transizione, anche se con molto meno tempo a disposizione. In entrambe le situazioni era molto bello toccare con mano la maturità delle persone, la capacità di agganciare discorsi fuori dal convenzionale e farsi domande complesse. Allo stesso tempo, parlare di questi temi in provincia di Bologna è ormai come scavare un solco in un campo di terra soffice e aerata, è in qualche modo “facile”. Credo che 5 anni di memi transizionisti in circolazione nel sistema sociale di quest’area abbiano un loro peso al riguardo. Sabato invece avevo la nettissima sensazione di operare in un campo da dissodare da zero, in cui certi processi non sono ancora partiti e gli enzimi del cambiamento devono ancora operare.

Comunque sia, è sempre davvero bello e arricchente incontrare tutte queste persone che si fanno domande. Come sempre un grande grazie agli organizzatori di Funo per l’impegno, gli spaghetti (buonissimi, meravigliosi e impareggiabili cucinati dalla padrona di casa) e per aver gettato questo seme anche nella loro comunità. Grazie anche ai responsabili del Centro Sociale che ci ha gentilmente ospitato e alla banda di transizionisti che si è ritrovata lì in una specie di assemblea provinciale spontanea.

Incoraggio tutti a usare i commenti a questo post per lasciare osservazioni, pensieri, scambiare idee e continuare il percorso appena iniziato…

*Non ho fatto foto, se qualcuno ne ha fatte le aggiungiamo….

Un documentario per conoscere la Transizione

di Giulia Dedionigi, Carlotta Garancini e Simona Peverelli

Il nostro viaggio è iniziato dieci mesi fa.  Ci troviamo una sera, a mangiare qualcosa insieme e, quasi per caso, nasce l’idea di partecipare a un premio giornalistico. È intitolato a Sabrina Sganga, collega scomparsa da poco, e punta a raccontare diversi e nuovi stili di vita. Ci mettiamo a fare ricerche su internet, in cerca di buone idee. Incontriamo Totnes, Hopkins, le prime transition. “Se solo ci fosse qualcosa di simile in Italia”. Scopriamo dell’esistenza di realtà simili anche da noi e subito proviamo a metterci in contatto con qualcuno. Ci scontriamo con chi dice “Non si può raccontare la Transizione in un documentario”, ma anche con chi è entusiasta, almeno quanto noi. “Se vi va potete venire alla nostra festa del Baratto”. “Organizziamo una conferenza sulla permacultura, ci siete?”. Compriamo dei libri. Studiamo. Presentiamo il nostro progetto al premio Sganga. Lo vinciamo e ci arriva il finanziamento per realizzare il nostro lavoro. Qui incomincia l’avventura. E il gioco si fa serio.

Giulia, Carlotta e Simona al lavoro

Giulia, Carlotta e Simona al lavoro

‘Ricreazione’ è il titolo che abbiamo deciso di dare al nostro progetto. Ricreazione perché ci sembra che la transizione provi a ‘ricreare’ le città, le comunità, le reti tra le persone. Ricreazione, come l’intervallo a scuola, anche perché il nostro lavoro avrà un ‘narratore’ d’eccezione. Luigi, un professore di Firenze, che insieme a italiano, storia e geografia insegna ai suoi studenti anche la Transizione. È lui che, nel documentario, ci aiuterà a comprendere i concetti più complessi della transizione. Lo incontriamo un weekend di qualche mese fa. Continua a leggere

19 Haiku per il clima

Salve a tutt*,

spero di farvi un regalo gradito (e spero che lo possiate a vostra volta usare come regalo per altr*) pubblicando queste immagini.
Gregory C. Johnson ha pensato di concentrare (distillare, dice lui) il recente quinto rapporto del IPCC in 19 Haiku, che qui vi propongo nella mia versione “sottotitolata” (su segnalazione di Nate J. Hagens).
Usatele pure a vostro piacimento.

Buone feste a tutt*.

COPERTINA HAIKU CLIMA


PRESENTAZIONE HAIKU

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Siamo fatti per questi tempi

We were made for these times

(Siamo fatti per questi tempi)

di Clarissa Pinkola Estes

Amici, non disperate. Siamo fatti per questi tempi. Ho parlato con tante persone, recentemente, che sono profondamente, completamente spaesate. Si tormentano, preoccupate per il modo in cui vanno le cose oggi nel mondo. La nostra è un’epoca in cui quotidianamente troviamo motivo di essere sconvolti e, spesso a ragione, furibondi per atti che ancora, e ancora, vanno contro a ciò che davvero importa alle persone assennate, a chi guarda verso le future generazioni.

cpe

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