La piccola guida sull’energia di Antonio Turiel

Estratto da un post di Antonio Turiel
Pubblicato integralmente su Effetto Risorse
Traduzione italiana di Massimiliano Rupalti

Ci sono una notevole serie di “voci e credenze” che circolano quando si parla di energia in questa particolare fase storica. Alcune diventano tormentoni capaci di riemergere in ogni situazione, spesso sbandierati proprio da chi è chiamato a dare un parere informato sull’argomento, ma informato non è o magari ha convenienza a fare apparire le cose in un certo modo. In questo articolo, Turiel prova a mettere a fuoco alcuni di questi argomenti alla luce dei dati disponibili. Molto consigliato a tutti i nostri facilitatori e divulgatori….


 

Smettete di parlare di riserve

Nel 1956 Marion King Hubert ha mostrato che il problema del petrolio non era quello che rimaneva ancora da estrarre (riserve), ma a che ritmo si poteva estrarre). A quel tempo c’era una fiducia cieca sul fatto che non ci sarebbero stati problemi purché le scorte si mantenessero costanti o che addirittura aumentassero. Marion King Hubbert  ha mostrato che non è questo il problema, ma che per ragioni geologiche e fisiche il petrolio non può essere prodotto a ritmo che ci pare: abbiamo sfruttato prima quello più facile, costa uno sforzo sempre maggiore estrarlo (o sintetizzarlo da altre fonti) e alla fine il ritmo di produzione rallenta e diminuisce. Non è questione di investire più soldi: i soldi sono una rappresentazione della ricchezza, non la ricchezza – la chiave è il guadagno di energia, non di soldi ed questa che è in pericolo proprio in questo momento. Smettete di dire cavolate come “30 anni fa c’era petrolio per 30 anni e ora lo stesso”. Il petrolio non esce ad un ritmo costante, ma una volta giunto al suo massimo flusso comincia a diminuire ed esce sempre più lentamente. In quel modo non si esaurirà in 30 anni, rimane petrolio per secoli. Il problema è che ne avremo una quantità sempre minore ogni mese. La situazione è analoga a quella del giovane erede il cui unico mezzo di sussistenza è l’eredità lasciatagli dalla dalla ricca zia: cento milioni di euro in un conto corrente. Ma, ahi ahi, la vecchia arpia ha specificato nel testamento che all’inizio gli avrebbe permesso diprelevare solo 2.000 euro al mese e man mano che passa il tempo gli ha lasciato sempre meno da prelevare: passa un anno e può già prelevare solo 1.800 euro al mese, ma quello successivo sono già solo 1.500, nel giro di altri due anni solo 1.000 euro al mese,in altri 5 anni 500 euro al mese… spalmando così i sui risparmi su un periodo lunghissimo, quasi eterno. Questo tipo può pensaredi essere ricco (perché ha molti soldi in banca), ma in realtà è povero (poiché ha pochi soldi nel portafogli). Perché è questal’illusione in cui vivono,molti dei nostri esperti da prima pagina. E risulta abbastanza ridicolo, per non dire grottesco, che quasi 60 anni dopo che Hubbert lo aveva chiarito ci sia ancora chi si avvalga dell’argomentazione stupida di presunte riserve molto grandi.

Non tutto è petrolio e men che meno greggio

La IEA usa la denominazione “All liquids”, la cui traduzione più verosimile a mio modo di vedere sarebbe “tutti gli idrocarburi liquidi”. Questo vuol dire che adesso quando ci raccontano che la produzione di petrolio è arrivata a 93 milioni di barili al giorno (Mb/g) di petrolio non stanno dicendo un piccola bugia, ma una menzogna enorme. Il petrolio greggio convenzionale e i condensati rappresentano attualmente circa 68 Mb/g (la quantità oscilla un po’ di mese in mese) e la loro produzione è già al di sotto del massimo storico di 70 Mb/g del 2005. Il resto, fino ai 93 o 94 Mb/g (a seconda del mese) sono altre cose che non sono petrolio greggio, in realtà: sono i cosiddetti idrocarburi liquidi non convenzionali, o per abuso del termine, petroli non convenzionali. La cosa più vicina al petrolio greggio è il Petrolio Leggero di Roccia Compatta (Light Thigt Oil, LTO) che si estrae direttamente dalla roccia madre, non porosa, con la tecnica del fracking (al momento solo negli Stati uniti e in Argentina). A parte che il metodo di estrazione è costoso (ed ha originato una bolla finanziaria che ormai sta scoppiando), il liquido estratto ha una percentuale di idrocarburi a catena corta abbastanza più elevata del greggio medio (da qui il nome di Petrolio Leggero). Come ha commentato Kjell Aleklett a Barbastro, il fatto che il LTO sia il tipo di idrocarburo la cui produzione cresce di più fa sì che il picco del diesel sia più pronunciato. Il resto dei “petroli non convenzionali” sono fondamentalmente di tre tipi: greggio sintetico ottenuto da petroli extra pesanti, biocombustibili e liquidi del gas naturale. Il primo tipo si ottiene combinando il bitume estratto dalle sabbie bituminose del Canada con grande distruzione ambientale e dalla Cintura dell’Orinoco, in Venezuela. Sono richieste grandi quantità di acqua e di gas naturale per la sua sintesi, è molto costoso, ambientalmente molto dannoso, ha un EROEI basso e richiede molti adattamenti nelle raffinerie. Inoltre, è già al suo massimo di produzione, nonostante che le sue riserve siano enormi. In quanto ai biocombustibili, sono una fogna energetica e fonti di molti altri problemi e non ha mai avuto senso economico né tanto meno energetico produrli. Per finire, i liquidi del gas naturale sono in maggioranza (90%) idrocarburi a catena corta, utili nella sintesi di plastiche, e la loro inclusione in questa categoria introduce solo confusione (e inoltre sono la categoria maggioritaria fra i non convenzionali). Tutti questi idrocarburi liquidi non sono completamente equivalenti (non sono fungibili, usando il termine tecnico). Per esempio, il LTO e i liquidi del gas naturale non si possono usare per produrre gasolio, il biodiesel non si può usare da solo ma mescolato col gasolio fossile e il bitume canadese e venezuelano ha bisogno o di grandi quantità di gas naturale o di essere combinato col petrolio leggero perché la sua raffinazione sia possibile e non si può raffinare che in poche raffinerie. Inoltre, molti di questi petroli hanno un contenuto energetico in volume sensibilmente minore del petrolio medio e sono tutti più energeticamente cari da produrre (hanno un rendimento minore, vale a dire, un EROEI minore). Il ciclo di vita delle estrazioni di idrocarburi non convenzionali è a sua volta diverso da quello del petrolio convenzionale: così i biocombustibili sono esposti alle venalità climatiche; le sabbie bituminose dipendono da una grande infrastruttura di estrazione e di disporre di molta acqua e il LTO, oltre alle difficoltà tecniche della frattura idraulica (necessità di disporre di acqua per la frattura e di disfarsi delle acque reflue, che tutto il trasporto si fa su gomma, dato che la breve vita di queste estrazioni non permette di costruire oleodotti, il rapido deterioramento di queste strade di campagna per il transito di tanti veicoli pesanti, eccetera), negli Stati Uniti ci sono molte particolarità legali (concessioni in regime di “Lease or leave” (“Sfrutta o vattene”). Queste differenze possono portare, in certi momenti, a sfruttare quelle risorse senza beneficio e persino in perdita. Aver aggregato cose così diverse, non sempre equivalenti, con prezzi diversi e con mercati più frammentati di quello del petrolio convenzionale, porta ai nostri apprezzati esperti un’incomprensione di come sta funzionando proprio in questo momento il mercato del petrolio, in particolare a paradossi come quelli che si sono visti fra il 2011 e il 2013, quando nonostante che la domanda crescesse di meno dell’offerta il prezzo si manteneva comunque elevato. La chiave è che la domanda di ogni parte di questo congiunto che chiamiamo “tutti gli idrocarburi liquidi” non è la stessa e mettendo tutto insieme non vediamo ciò che è realmente la domanda. Uso un’immagine semplice per spiegare questo: immaginate che venga un esperto da prima pagina e vi dica: “L’anno scorso la Spagna ha prodotto 60 milioni di gioghi e ghigliottine, un record storico. La domanda di gioghi e ghigliottine è diminuita del 1% nonostante questo e, contrariamente all’intuizione, il prezzo delle ghigliottine ha continuato a salire con forza”. E qui il nostro caro amico si avventura in un sacco di spiegazioni, che sono meno verisimili nel momento in cui le si analizza un po’; spiegazioni d’altra parte molto diverse da quelle che ci offriva un altro esperto con credenziali e capacità di analisi simili. Il nostro esperto in articoli per il collo è confuso perché osserva che l’offerta (gioghi e ghigliottine) sale, la domanda scende e, nonostante questo, il prezzo sale in continuazione. La chiave è in cosa sono collegati i due mercati, il mercato dei gioghi che langue con il mercato in espansione delle ghigliottine, così ovviamente non c’è qualcuno che capisca qualcosa. E’ chiaro che se vengono separati i due mercati forse si vedrebbe che in realtà la produzione di ghigliottine scende per mancanza di alcune materie prime necessarie, nonostante sia un prodotto del massimo interesse. Allo stesso modo, trattare i liquidi del gas naturale o i biocombustibili come se fossero la stessa cosa del greggio quando la loro domanda e mercato non sono esattamente gli stessi porta, fondamentalmente, al fatto che il comportamento del mercato di “tutti i liquidi” sia inintelligibile.

Il picco del petrolio è qui

Forse non lo avete saputo, ma persino la IEA ha riconosciuto nel 2010 che il massimo della produzione di petrolio greggio convenzionale è avvenuta nel 2005. Di fatto, se prendiamo la produzione congiunta dei principali produttori che hanno già superato il proprio picco del petrolio la situazione è, come minimo, piuttosto preoccupante.

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Dalla figura è chiaro che il futuro della produzione di petrolio dipende dal fatto che sempre meno paesi non arrivino ai loro rispettivi picchi del petrolio, momento che peraltro sappiamo che è inesorabile. Smettete pertanto di dire che il picco del petrolio è una teoria, perché ci sono diverse decine di paesi per i quali questa “teoria” è un’amara realtà. Ed io al vostro posto smetterei di essere tanto sicuri che la produzione di questa illusione contabile di “tutti i liquidi” continui a crescere di volume (sappiamo già che, in quanto ad energia, questa sta in realtà in discesa dal 2010), perché se la debacle del fracking continua al ritmo attuale, quest’anno potrebbe essere quello del picco volumetrico di tutti i liquidi e quindi dovranno trovare un bel mucchio di scuse per giustificarlo (immagino che la più banale sarà quella del fallace picco della domanda; vediamo se le persone credono che consumiamo meno petrolio perché ora siamo più efficienti e non perché abbiamo una crisi economica pazzesca).

Gli Stati Uniti non sono energeticamente indipendenti…

Abbiamo già spiegato, analizzando il rapporto della IEA del 2012, che nella conferenza stampa di presentazione, l’economista capo della IEA ha tirato fuori un argomento abbastanza azzardato: che verso il 2020 gli Stati Uniti sarebbero stati il primo produttore mondiale di idrocarburi liquidi e che verso il 20135 sarebbero stati autosufficienti energeticamente “in modo netto”. A partire da quel momento, la stampa ha gonfiato la frottola al punto da dire, prima, che nel 2020 gli Stati Uniti sarebbero stati il primo produttore mondiale di petrolio ed ora che gli Stati Uniti sono sul punto di essere autosufficienti energeticamente, o persino che già lo sono. Dimostrare che gli Stati Uniti non sono autosufficienti energeticamente in questo momento richiede solo pochi minuti. Per esempio, semplicemente consultando i dati di produzione e consumo di idrocarburi liquidi negli Stati Uniti fino al 2013 (il 2014 è molto simile) derivati dall’ultimo annuario statistico della BP:

US_oil

Dati alla mano ci si rende conto che gli Stati Uniti producevano, alla fine del 2013, poco più di 10 Mb/g di idrocarburi liquidi, dei quali grosso modo solo 5 Mb/g sono di greggio convenzionale, 3 Mb/g sono di LTO e 2 Mb/g sono biocombustibili (il cui EROEI è virtualmente di 1, per cui in realtà contribuiscono solo a contare due volte la stessa energia). Purtroppo, proprio in quello momento gli Stati Uniti consumavano 18 Mb/g. Il bilancio è, pertanto, che la loro produzione interna in volume copre solo il 56% del loro consumo e che, pertanto, devono importare niente meno che il 44% degli idrocarburi liquidi che da quelle parti chiamiamo petrolio (tutto ciò alla fine del 2014; tra poco vedremo cosa sta succedendo adesso). Pertanto, è chiaro che gli Stati Uniti non sono autosufficienti per quanto riguarda gli idrocarburi liquidi. Ma, chiaramente, l’argomento della IEA includeva il gas naturale, che stava vivendo una grande ascesa grazie alle estrazioni col fracking. In quel modo, l’idea che aveva la IEA nel suo rapporto del 2012 era che le eccedenze di gas naturale compensassero la mancanza di idrocarburi liquidi (come se fossero cose equivalenti, oltre il loro ruolo) verso il 2035 e così gli Stati Uniti erano autosufficienti “in modo netto” (il diavolo si trova nei dettagli). Gli Stati Uniti in questo momento producono più gas naturale di quello che consumano? La risposta è no: nonostante i grandi aumenti di produzione dovuti al fracking, devono ancora importare, in modo netto, circa un 8% di ciò che consumano.

US_gas

L’unica materia prima energetica che gli stati Uniti esportano in maniera netta è il carbone, e sempre in quantità relativamente piccole. Pertanto, di autosufficienza energetica in questo momento non se ne parla. L’altro giorno ho sentito di questi esperti che si ponevano la seguente domanda a voce alta: “perché diminuisce il prezzo del petrolio se gli Stati Uniti sono autosufficienti”? La verità è che non ho capito che sembrava loro strano questo sillogismo. Hanno fatto un ragionamento per me incomprensibile su cosa implicasse per il mercato il fatto che gli Stati Uniti fossero indipendenti e giungevano alla conclusione paradossale che l’autosufficienza energetica degli Stati Uniti implicava prezzi alti (suppongo perché i costi produttivi del fracking sono elevati). In ogni caso, c’era un errore fondamentale di fondo nel loro sillogismo: la premessa è falsa, gli stati Uniti non sono autosufficienti energeticamente…

… né lo saranno mai

In questo momento conviene andare alla radice della famosa frottola dell’indipendenza energetica degli Stati Uniti. Tutta la storia si basa sulle proiezioni che la IEA ha fatto nel suo rapporto del 2012, il WEO 2012, e la grossolana esagerazione si sintetizza in un unico grafico:

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Abbiamo commentato questo grafico già varie volte su questo blog, ma è chiaro che l’assunto non è stato percepito dai nostri esperti. Vediamo. Ciò che mostra questo grafico è la proiezione (che, ricordiamo, la IEA ha fatto poco più di due anni fa) su come si sarebbero evolute le importazioni di petrolio degli Stati Uniti dal 2012 al 2035. Il primo dettaglio che non dovrebbe sfuggire ad un esperto: nel grafico si vede che nel 2035 gli Stati Uniti importerebbero ancora qualcosa di più di 3 Mb/g. Dov’è quindi la tanto decantata indipendenza energetica? Nel fatto che la IEA assume che gli Stati Uniti produrranno un’eccedenza tale di gas naturale, soprattutto grazie all’impulso del fracking, che nel 2035 questa eccedenza energetica di gas naturale sarà equivalente al deficit di petrolio. Una strana contabilità, in cui per una volta la IEA usa eccezionalmente il valore energetico di ogni combustibile per confrontarli, nonostante che il petrolio sia tre volte più caro del gas. Pensate inoltre che la IEA fissa come orizzonte per raggiungere questo traguardo il 2035, non a caso l’ultimo anno coperto dalle loro previsioni, che è come dire nel lasso di tempo più lungo che si possa concepire. Il fatto è, alla fine dei conti, chi ricorderà nel 2035, con tutto quello che succederà da adesso in poi, delle previsioni che ha fatto la IEA nel 2012? Poiché per loro sfortuna, una parte della stampa che cerca disperatamente buone notizie in tema di energia e gli esperti ai quali è diretto questo articolo, continuano a pensare a questo scenario di abbondanza nordamericana, senza valutare le ipotesi né verificare se sono ancora valide. In particolare, sembra che non siano consapevoli che nei rapporti seguenti, quello del 2013 e quello del 2014, la IEA ha corretto al ribasso le sue previsioni sulla produzione di gas da fracking, per cui “cade” la famosa indipendenza energetica “netta”.
In realtà, e quando si cominciano a vedere i dettagli, emergono nuvoloni nuovi ed inquietanti. Senza spingersi oltre, nel grafico che sostiene l’errore della presunta futura indipendenza energetica netta degli Stati Uniti, troviamo che ci sono altri 3 Mb/g di diminuzione delle importazioni di idrocarburi liquidi che si integrano con difficoltà: “efficienza dal lato della domanda”. Forza, che l’introduzione di miglioramenti nell’efficienza porteranno ad una diminuzione del consumo di niente meno che 3 Mb/g (sui quasi 19 Mb/g che gli Stati Uniti consumano in questo momento, questo rappresenta il 16% del loro consumo attuale). Che i miglioramenti dell’efficienza portino ad una diminuzione del consumo è una cosa straordinaria, tanto straordinaria che di fatto non si è mai verificato nel nostro sistema economico se non nel mezzo di una grave crisi economica, per ragioni che Lord Jevons potrebbe spiegare ai nostri esperti, se le volessero ascoltare (vedi anche qui). Naturalmente se gli stati Uniti entrassero in una gravissima crisi economica possono giungere ad essere autosufficienti e più in particolare se la loro economia si trovasse in ginocchio e consumasse molto meno di adesso: sì, potrebbero persino arrivare ad esportare! Si da il caso, tuttavia, che questo scenario non è il paradiso idilliaco in cui sembrano credere i nostri esperti.
Ci sono altre questioni inquietanti all’orizzonte: come abbiamo commentato analizzando il WEO 2014, la IEA sta già parlando chiaramente di una stagnazione del consumo totale di energia in Europa, Giappone, Russia e Stati Uniti per i prossimi decenni. Non stiamo parlando soltanto di petrolio, ma di tutta l’energia. Come si possa ottenere crescita economica senza aumentare il consumo di energia è una cosa che deve essere ancora dimostrata, a parte alcuni trucchi di contabilità nazionale che vanno poco lontano. Prendendo questa previsione con le serietà che merita, quello che la IEA ci sta dicendo è che la recessione sarà permanente, il che è logico se si considera che, proprio per la scarsità di petrolio, questa crisi non finirà mai, come continuiamo a dire da 5 anni in questo blog. Che un tema tanto cruciale sia trasparente per i nostri esperti mostra che, ovviamente, non leggono i rapporti della IEA e dicono anche pochissimo sulle fonti da cui attingono, molte delle quali sono la stessa notizia elaborata e rielaborata da altri esperti della stessa risma, in un curioso ecosistema informativo nel quale gli scarti di uno finiscono per essere il nutrimento di un altro.
Ma ciò che finisce per proiettare un’ombra minacciosissima sul futuro energetico degli Stati Uniti, e quindi di tutto il pianeta, è il fallimento del fracking. I nostri esperti ora sono ossessionati dalla recente discesa dei prezzi del barile di petrolio (della quale parleremo più avanti), offrendo argomenti fra i più variopinti, senza essere in grado di vedere che il dramma era in gestazione da vari anni, fondamentalmente gli stessi da quando il fracking ha preso il volo. Gia nel novembre 2013, la IEA lanciava un avvertimento profetico ai naviganti col grafico seguente, che abbiamo già commentato a suo tempo:
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In esso la IEA ci anticipava come si sarebbe evoluta la produzione di idrocarburi liquidi (esclusi i liquidi del gas naturale, forse per non non ingarbugliare falsamente di più la discussione) se non si fosse prodotto un maggiore investimento (in realtà, l’investimento sufficiente). Come si può apprezzare, la caduta della produzione è raccapricciante, arrivando ad essere un quarto di quella attuale (anche se questo in volume; in energia sarebbe molto di meno, in linea con l’orizzonte 1515). Con questo grafico, inserito in mezzo al rapporto annuale, la IEA inviava un messaggio di un certo allarme a chi doveva riceverlo (ovviamente, non le fanfare mediatiche, ubriache di sogni bagnati di fracking). La reazione dell’industria di fronte ad un tale avvertimento è stata esattamente l’opposto di ciò che veniva chiesto: un’ondata di annunci di disinvestimento, che già a marzo del 2014 ci faceva prevedere che l’industria degli idrocarburi perde soldi a piene mani: più di 100.000 milioni di dollari all’anno, con debito accumulato di più di mezzo miliardo di dollari. E ricordate che tutto questo succedeva col prezzo del petrolio ancora sui 100 dollari. In seguito, e solo in seguito, è cominciata l’attuale discesa dei prezzi, che non è ancora finita, per cui tutti i problemi descritti stanno peggiorando. In questo contesto, il numero di imprese dedite all’estrazione di idrocarburi mediante fracking ed altri idrocarburi non convenzionali che stanno fallendo ci indica che la bolla finanziaria creata intorno al fracking sta scoppiando. A seconda se il collasso di questa industria sia più rapido o più lento, i tempi si accorceranno o allungheranno, ma le conseguenze finali saranno ugualmente funeste.

“Il fracking è venuto per restare”

Questa è una delle frasi che ho dovuto sentire ultimamente in una omelia di un esperto. La frase corrisponde al genere pensiero magico, variante solo leggermente più adulta di quella strategia di negazione che hanno i bambini di ripetere a voce alta “Non è vero, non ti ascolto”, mentre si tappano le orecchie quando non vogliono che si dia loro una cattiva notizia. Se il fracking, come dicono questi signori, è venuto per restare, dovrebbero poter fornire dati chiari al riguardo, perché tutte le previsioni che ho visto (compresa la più ottimista di Goldman Sachs che si trova più in basso su queste righe) parlavano di un raggiungimento del massimo produttivo molto vicino – pochi anni da adesso – e a partire da lì di un declino più u meno rapido.
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La cosa negativa di queste previsioni del picco del LTO prossimo e del rapido declino ulteriore è che sono state fatte in un ambiente molto diverso da quello attuale, con prezzi del petrolio molto più alti. Se anche con i prezzi precedenti, le imprese perdevano soldi, con i prezzi attuali stanno sprofondando nella più assoluta delle miserie. Continuare a parlare della “abbondanza del fracking”, o che “il fracking può resistere all’attuale situazione dei prezzi”, quando il numero dei pozzi attivi negli Stati uniti è crollato di più del 40% dal suo massimo dello scorso anno, risulta o del tutto ignorante o deliberatamente manipolatorio.
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Alcuni esperti, vedendo che è sempre più difficile negare la debacle delle prospezioni americane e che l’ipotesi giunge già alle prime pagine dall’altro lato dell’Atlantico, si aggrappano agli ultimi fili d’erba in fiamme, evidenziando il fatto che nonostante il numero di pozzi attivi crolli rapidamente, la produzione si mantiene entro le statistiche ufficiali della statunitense EIA. Attribuiscono il fatto ai miglioramenti nell’efficienza di produzione, frutto di una adeguata ristrutturazione del settore, che finirà per sanare la crisi. Il loro grado di esperti, evidentemente, non li ha portati a sapere che, per colpa dei tagli fatti in questo dipartimento qualche anno fa, i dati di produzione hanno uno sfasamento reale di 3-6 mesi, durante i quali quello che si fa è estrapolare le tendenza precedente. Di fatto, ora che cominciano ad arrivare dati dell’inizio della crollo dei prezzi, si cominciano a vedere le prime differenze significative fra quello che si prevedeva e la cruda realtà.
Nel caso tutto questo fosse poco, da queste parti si gioca molto a parlare di fracking, che è la tecnica di estrazione, ma senza spiegare quale idrocarburo si vuole estrarre, se petrolio o gas naturale. Perché, come abbiamo già spiegato, il LTO è marginalmente redditizio, o lo è stato per alcune estrazioni, ma il gas naturale non lo è e non lo è mai stato (un meme comune fra gli esperti è che il prezzo del gas negli Stati uniti sia un terzo che in Europa “grazie al fracking”, senza spiegare che ciò è stato possibile attraverso l’indebitamento e con un consumo locale piuttosto stagnante). La differenza è importante, tenendo conto che, per esempio, in Europa (e in Spagna in particolare) sono state identificate solo risorse di gas naturale estraibili col fracking, mai di petrolio. Perché c’è tanta insistenza su numerosi forum europei sul fatto che l’Europa dovrebbe scommettere su un combustibile molto meno versatile del petrolio e con un mercato molto più limitato, con un EROEI ancora più basso e pertanto economicamente rovinoso, con delle prospettive di produzione molto limitate nonostante le grandi riserve e con un grande impatto ambientale è per me un mistero, che a dire di qualcuno si chiarisce alla luce di certe presunte e consistenti commissioni. Alla fine, è possibile che la frase “Il fracking è venuto per restare” sia vera, anche se non nel senso che intendono i nostri esperti. L’impatto ambientale del fracking può lasciare un’impronta duratura.

I sauditi stanno tentando di far sprofondare l’Iran, l’Russia, il fracking negli Stati Uniti e/o i dolcetti di mia nonna

Questo tema è stato trattato con molta profondità su questo blog che non ho voglia di ripetermi di nuovo qui. Per capire l’attuale processo di sprofondamento dei prezzi (e verso dove ci porta) potete leggervi “La Spirale” e per comprendere che non c’è nessuna cospirazione ma ci si strugge per lei, “L’illusione del controllo”.

Il costo dell’estrazione di un barile di petrolio in Arabia Saudita non è di 2 dollari

Molti esperti si impegnano a dire che estrarre petrolio in Arabia saudita sia un regalo, che estrarre ogni barile costi solo un paio di dollari. Si vede che questi signori e signore vivono ancorati alla loro adolescenza o alla loro gioventù, visto che credono che nei 40-50 anni che sono passati da quando questo era così non sono niente. Poco importa che persino il giacimento supergigante di Ghawar sia già molto maturo e che richieda l’iniezione di grandi quantità di acqua per mantenere la sua produzione, poco importa che si siano dovuti mettere in produzione giacimenti di così scarsa qualità come quello di Manifa, mescolando la sua produzione col resto del greggio saudita per evitare che la produzione decada. Al nostro esperto non importa nemmeno, insomma, che ai sauditi non rimane nient’altro, nessun altro giacimento in riserva, per evitare la caduta della produzione in pochi anni.
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E’ uguale: se nei 60 anni del secolo passato produrre petrolio in Arabia Saudita costava 2 dollari, oggi costa lo stesso. In realtà, il costo di produzione si situa piuttosto intorno ai 20 dollari per l’Arabia Saudita e oltre i 25 dollari al barile come media dell’OPEC(peggio ancora: se si tiene conto dell’inflazione, il costo di produzione non è mai stato di 2 dollari del 2015, che è è la cosa implicita nell’assurda estrapolazione dei nostri esperti). Ma, come abbiamo spiegato circa due anni fa, i paesi produttori hanno le loro necessità, che vanno oltre la mera copertura dei costi logistici per produrre petrolio perché noi lo bruciamo allegramente in un fuoristrada per andare a comprare il pane. Risulta che questi paesi abbiano bisogno di un prezzo al barile abbastanza alto perché gli introiti fiscali permettano di mantenere qualcosa di più dei privilegi della élite: un sistema di redistribuzione minima della rendita, basato su un sistema di aiuti sociali, che hanno come obbiettivi di impedire che comincino le rivolte in quei paesi e tutto vada in malora. Quei costi fiscali sono pertanto strutturali, forse più di quelli di mettere in funzione la trivella o trasportare il greggio. E quei costi non sono per niente bassi: in media, si situano al di sopra degli 80 dollari al barile.
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Pertanto, pensare che c’è un margine per l’abbassamento dei prezzi del petrolio o per mantenerli bassi per maggior gloria del consumatore occidentale è di una ciecità assoluta, completamente impropria per un autoproclamato esperto.

Il risparmio e l’efficienza non cambiano nulla di per sé

Anche questo tema è stato trattato in diverse occasioni qui (compreso in chiave “for dummies”). Pare che un nobile inglese che è vissuto alla fine del XIX secolo, Lord William Jevons, ha osservato che nella misura in cui veniva migliorata l’efficienza delle macchine a vapore, il consumo di carbone dell’Inghilterra aumentava anziché diminuire: è il famoso Paradosso di Jevons. A cosa è dovuto? Al fatto che in un sistema economico orientato alla crescita infinita ed alla produzione, l’energia che rimane libera perché qualcuno non la usa (mediante risparmio diretto o indirettamente all’aumentare dell’efficienza) la userà qualcun altro per produrre beni e servizi e guadagnare così più soldi. Come diceva Javier Pérez nel suo post per profani: “La ragazza che non hai baciato non si è fatta suora: si è spostata con un altro”. Anche questo principio semplice, ben conosciuto da più di un secolo e mezzo, non è riuscito a permeare il comprendonio di tanti esperti che scorrazzano su questo mondo di Dio e quindi abbiamo una fastidiosa insistenza sul fatto che bisogna fomentare il risparmio e l’efficienza energetica, come se questo risolvesse qualcosa. Quello che sta succedendo è che l’energia che risparmiano i consumatori finisce per consumarla l’industria, i prezzi dell’energia non diminuiscono e, soprattutto, per aggiungere danno alla beffa, al consumatore aumentano altri costi indiretti di modo che continua a pagare lo stesso di prima o di più. Per esempio in Spagna, nella bolletta elettrica è diminuito il prezzo della parte che si riferisce al consumo realmente realizzato, ma è aumentato il prezzo delle spese fisse (che va riferito alla potenza contrattata), per cui il consumatore finisce per pagare di più anche se consuma meno.
Contrariamente a quello che pensano alcuni picchisti più radicali, non è che non ci sia soluzione al paradosso di Jevons: sì che c’è. Inoltre, risparmio ed efficienza saranno molto utili in futuro. Ma il primo passo è cambiare l’origine del paradosso e di molte altre contraddizioni: un sistema economico basato sulla crescita continua. E quei vediamo il vero volto di molti esperti: in nostro sistema economico, il capitalismo, è semplicemente intoccabile e si può parlare di tutto tranne di cambiare questo sistema. Sono convinto che molte delle affermazioni assurde ed infondate fatte da molti esperti hanno origine nel fatto che non hanno il coraggio di mettere in discussione l’indiscutibile, non osano smettere di affrontare la questione di fondo in punta di piedi e tirar fuori il rospo e dire tutto. Invece cercano una soluzione provando a giocare con tutte le variabili tranne quella ovvia: una cosa simile a quella dell’uomo che cercava le proprie chiavi smarrite sotto il lampione e non qualche metro più in là, dove in realtà gli erano cadute, perché sotto il lampione c’era più luce.

Non c’è nessun mistero sul perché non si installano più pannelli solari in Spagna

La Spagna riceve molto più irraggiamento dei paesi del Nord Europa che hanno installato in proporzione molti più pannelli fotovoltaici, soprattutto negli ultimi anni. Un argomento ricorrente di un certo tipo di esperti di energia, del sottoinsieme “con coscienza ecologica”, è quello di chiedersi perché in Spagna, che per qualche anno a condotto l’implementazione di sistemi di generazione di energia rinnovabile, siamo messi ancora così male. Si indica il Governo (i Governi, in realtà) che hanno smantellato il settore e c’è una parte innegabile di ragione in questo. Tuttavia, il problema delle rinnovabili è molto più profondo e non è circoscritto soltanto alla Spagna, come abbiamo spiegato trattando la relazione fra rinnovabili e capitalismo: i sistemi di energia rinnovabile hanno un rendimento economico insufficiente per mantenere il sistema capitalista tale e quale a come è strutturato in questo momento. Per questo non vengono incentivati. E il problema, come dicevo, non è circoscritto alla Spagna; lo stop dell’investimento in Europa è evidente:
PPP-PV-in-Europe
Persino in Germania stanno tagliando gli incentivi all’energia rinnovabile (di recente è uscito un rapporto devastante per il settore rinnovabile del Regno Unito). La chiave è che il basso EROEI di questi sistemi li rende inadeguati per mantenere il capitalismo così come lo intendiamo. La soluzione qui sembra passare per l’abbandonare il capitalismo o abbandonare le rinnovabili, ma siccome il primo proposito è inaccettabile per la maggior parte degli esperti, in modo aperto o subdolo, scelgono la seconda. E coloro che non possono accettare nemmeno la seconda per il proprio profilo “ecologicamente consapevole” di dedicano a fare rigiri dialettici e a porsi la domanda retorica: “Come mai che avendo tanto Sole in Spagna non si investe di più in fotovoltaico?”, mentre non cambia assolutamente niente.

Non è l’elettricità ciò di cui abbiamo bisogno

Sembra una bugia tornare ad insistere in continuazione sullo stesso semplice fatto: nel 2011 l’elettricità in Spagna ha costituito soltanto il 21% del nostro consumo di energia finale. Se questa percentuale è aumentata al 23% nel 2014 non è a causa del fatto che si sono trovati più usi e migliori dell’elettricità qui, ma perché il consumo di petrolio è crollato del 25% dal suo massimo del 2008. Di fatto, il consumo di energia primaria in Spagna in questo momento è paragonabile a quello dell’inizio di questo secolo.
SE2_consumo_energiaprimaria_espanya
Elettrificare gli usi attualmente non elettrici dell’energia non è un compito facile. Abbiamo già esposto qui in dettaglio per quali motivi l’auto elettrica è solo una chimera, ma che abbiamo bisogno di molti macchinari che non sono auto (camion, trattori, escavatrici, navi, aerei) la cui elettrificazione come veicoli autonomi non si discute a causa della dimensione sproporzionata che dovrebbero avere le batterie. Non è che non si può elettrificare la società, ma è il caso di fare una pianificazione molto oculata, tenendo conto inoltre dei limiti dei materiali necessari. Qualche anno fa abbiamo fatto questa analisi e la soluzione esiste, anche se i cambiamenti che implica per il nostro sistema economico sono radicali. Di fatto, è necessario il superamento del capitalismo per poter fare questa transizione.

Smettete di far fretta all’innovazione

I progressi tecnologici non avverranno perché coincidono col fatto che abbiamo la fortuna di trovare una nuova fonte di energia o di un sistema per sfruttare meglio l’esistente (senza che Jevons ci guasti la festa). E non è una questione di più investimento, come sembrano pensare gli economisti tradizionali. L’innovazione nell’energia è molto più lenta o forse limitata che in altre aree, probabilmente perché i limiti della Termodinamica sono piuttosto rigidi. Non ci sono stati grandi cambiamenti nel meccanismo centrale per produrre elettricità per più di un secolo: continua a consistere nel fare girare delle spire all’interno di un campo magnetico e la maggioranza delle centrali elettriche consistono nel far bollire acqua perché il vapore muova un rotore che faccia girare quella bobina. Sono stati migliorati i progetti ed i materiali, certo, ed in alcune caldaie si riutilizza parte di quel vapore, ma alla fine c’è una grande parte dell’energia, quasi sempre più del 50%, che va semplicemente perduta. E’ da decenni che non stiamo introducendo nuove fonti di energia: il carbone, che si sfrutta da tempi immemorabili, il petrolio e il gas (su scala industriale) da circa un secolo e mezzo, l’uranio da 70 anni, l’energia idroelettrica da un secolo, le prime celle fotovoltaiche hanno quasi 60 anni e i primi aerogeneratori poco meno. Ci sono, naturalmente, alcune idee nuove (le più promettenti, le centrali termosolari, si basano su principi conosciuti dagli antichi greci e già implementati in modo rudimentale per produrre elettricità alla fine del XIX secolo) ma non ci sono cambiamenti rivoluzionari ne rotture di paradigma. I problemi con le fonti di energia si conoscono da circa mezzo secolo, quando c’è stato il primo spavento col petrolio e in tutto questo tempo non è stato possibile giungere a qualcosa di realmente competitivo che permettesse di mantenere il nostro attuale sistema. Alcuni interpretano questa assenza come una fatua dimostrazione dell’esistenza di una grande cospirazione, senza comprendere che il nostro sistema economico e produttivo integra tutto ciò che ha un rendimento adeguato. Guardando le cose spassionatamente, sembra più che i progressi in materia di fonti energetiche o non sono possibili e hanno un orizzonte abbastanza scarso. Ma anche se si ha una certa fiducia nel fatto che alla fine si verificherà un avanzamento tecnologico rivoluzionario (e forse dopotutto non tanto desiderabile), è ovvio che non reagire ai gravi problemi che già abbiamo, aspettando che si verifichi il miracolo opportuno, è un modo negligente di gestire la situazione attuale, completamente temeraria e impropria da parte di chi ha questa responsabilità. Per questo è sorprendente che i nostri esperti, alcuni dei quali sono consiglieri dei nostri Governi, sostengano questa fede irrazionale nel miracolo salvifico, in una manifestazione di tecno ottimismo imprudente.

Quest’estate: 2 Vision Quest in cantiere

Segnalo che per quest’estate sto co-organizzando 2 proposte di Vision Quest (ricerca della visione) in Piemonte (Valle Elvo – Biella).  Una è rivolta a giovani dai 16 ai 28 anni e l’altra per donne. E’ davvero un potente strumento di trasformazione che vorrei diffondere maggiormente in Italia.  E  per il futuro … mi sento ispirata a costruire un percorso specifico per comunità in transizione, ma ci devo ancora lavorare (e trovare il tempo per farlo).

Ecco quindi quello che bolle al momento in pentola:

Dal 5 al 27 luglio 2015: Prova di maturità nella natura – vision quest per giovani. 

CVA Jugend VQ 15 ital

 

Condotto da Shanti Petschel, Helen Schulz e staff della CreaVista Academy

Tre settimane intense e appassionanti nella natura Il seminario prevede un periodo di preparazione per i 3 giorni e le 3 notti introspettivi che saranno trascorsi in solitudine e a digiuno nel bosco o sulla montagna. Al rientro da questo prova di iniziazione, i giovani saranno ri-accolti nel cerchio per i 5 giorni di rielaborazione ai quali possono partecipare anche i genitori per celebrare e onorare la nuova maturità del ragazzo/a.

L’anno scorso hanno partecipato anche 2 ragazzi italiani al gruppo internazionale di giovani che arrivavano da Germania, Svizzera e Francia e speriamo che la italo-rappresentanza quest’anno sarà anche maggiore.  Vedi qui

Maggiori info qui

Dal 7 al 20 agosto: Forza selvatica e femminilità morbida – un Vision Quest per donne.

(Il materiale sul Vision Quest per donne è al momento in tedesco ma sarà sostituito con la versione italiana non appena questa sarà disponibile.) CVA 1- Frauen VQ 15

Condotto da Helen Schulz e staff della CreaVista Accademy

Con la luna e madre natura come alleate, le donne che partecipano ritroveranno se stesse e si confronteranno su quesiti che riguardano la loro essenza e eventuali pulsioni verso un cambiamento. 4 giorni di preparazione, 4 giorni di esperienza in solitaria nella natura e 4 giorni di rielaborazione. Intenso, nutriente e trasformante.

Maggiori info qui 

Entrambe le attività si svolgeranno in Valle Elvo (Biella) presso Eden Sangha, centro olistico e permaculturale in divenire, ubicato in un magnifico luogo ai margini con il selvatico.

Le lingue utilizzate saranno il tedesco, l’inglese e l’italiano.

Per maggiori informazioni: ellen.bermann(at)gmail.com, 392-9059542

attenti ai temporali e alla CO2

Premessa: in primavera-estate, quando sono previsti, o ci sono, temporali, è sempre presente un certo rischio di fenomeni forti (grandine e vento in particolare9 ed è implicito, per definizione stessa di temporale, la presenza di fulmini. Detto ciò, specie in questa fase di transizione (anche di stagione) e di nuova normalità, ricordare i rischi di una normale situazione di variabilità temporalesca primaverile non guasta. non guasta anche ricordare che la CO2 continua a sfondare nuovi record, ora i 400 ppm di concentrazione sono stati superati per un intero mese non solo a Mauna Loa, osservatorio di riferimento, ma in tutte le stazioni di rilievo di questo dato sparse per il globo.

mage Credit: NOAA Climate.gov NOAA ESRL NASA Earth Observatory

E questo non fa che dare combustibile al global warming e quindi alle sue conseguenze. prima delle previsioni dunque vi propongo un clippino sviluppato da una bambina di 5° elementare per la sua exibition di fine anno alla International School Modena. Guardate, e riflettete.

Detto questo, il tempo è quello classico delle mezze stagioni, ma pur in presenza di un promontorio dell’anticiclone delle Azzorre è presente aria piuttosto umida e mite per la stagione. A ciò si aggiunge una modesta ma determinante infiltrazione di aria fresca e instabile in quota. Questi fattori favoriscono lo sviluppo di nubi cumuliformi temporalesche specie nei pomeriggi, che in qualche caso possono evolvere in episodi locali ma intensi. Nella fattispecie, riguardo l’Emilia Romagna avremo locali temporali accompagnati da grandine e/o forte vento o brevi intensi acquazzoni sono possibili nel pomeriggio-sera di venerdì soprattutto nell’Emilia occidentale e nella sua bassa pianura, e sabato, anche in mattinata, nel settore orientale dell’Emilia e in Romagna. Da domenica si va verso una maggiore stabilizzazione con l’avvio di un primo vero assaggio di estate.

Episodi locali insomma, ma da non sottovalutare perché se colti di sorpresa, e complice il dissesto e problemi del territorio e delle strade, nonché della vegetazione di parchi e viali i problemi e i rischi sono sempre in agguato. secondo la scala temporalesca della NOAA NWS USA, possiamo considerare il rischio di temporali in cat. 1, localmente e in parte cat. 2 Ripassate quindi i consigli della protezione civile.

6 innovazioni della Transizione Interiore che hanno cambiato la mia vita

Dal blog di Rob Hopkins
(traduzione di SVF)

Quando viaggio per incontrare gruppi in Transizione in luoghi differenti, le due cose che questi gruppi desiderano maggiormente conoscere tendenzialmente sono la REconomy e la Transizione Interiore. Mentre la REconomy sarà il soggetto del nostro prossimo argomento di discussione, questa settimana celebreremo la Transizione Interiore, e il varo della serie di nuovi films di Sophy Bank su questo soggetto.

Ecco il mio contributo, la celebrazione dei 6 modi in cui la Transizione Interiore ha trasformato la mia esperienza nel tentare di fare sì che il cambiamento accada. Non è da molto nel corso dell’evoluzione della Transizione di Totnes, 2006, che Hilary Prentice e Sophy Banks vennero a trovarmi a casa per discutere dei semi di ciò che sarebbe poi stato conosciuto come Transizione Interiore, o “il Cuore e l’Anima della Transizione”.

Ricordo poco dell’ora che passammo nella mia sala da pranzo, ma di certo ricordo che qualcosa risuonava istintivamente giusto. Il loro ragionamento era che ogni successo in un processo di Transizione, avesse bisogno tanto della vita interiore delle persone e dei gruppi che lo facevano accadere (con attenzione alla salute del gruppo, dinamiche e resilienza), quanto dei pannelli solari, carote e Piani di Decrescita Energetica. E aveva davvero senso. E continua ad averne tantissimo oggi: perciò così tante persone vogliono saperne di più a proposito. Nove anni fa, il concetto di Transizione Interiore correva all’interno della Transizione come un filo d’oro ( sebbene più in certi posti che in altri ).

La Transizione è sempre stata sulle spalle di tanti grandi movimenti che l’hanno preceduta, e ha provato ad imparare, dove possibile, dalla loro esperienza. Esaurimento (burnout) e conflitto sono stati a lungo il tallone di Achille dell’attivismo dal basso. Per esempio, tra gli attivisti dediti alle manifestazioni di strada so che il burnout, spesso sottoforma di profondo cinismo e rassegnazione, era largamente diffuso. Progetto dopo progetto, che si trattasse di permacultura, attivismo comunitario di vario genere, od ogni sorta di ambiziosi sforzi per cambiare il mondo, collassava sotto il peso del conflitto e della povertà di comunicazione, schiacciato inevitabilmente dal peso collettivo dei tanti “elefanti senza nome” presenti nella stanza. La Transizione sentì che era troppo importante per non sforzarsi di imparare da tutto questo.

Quindi ecco qui la mia selezione dei 6 outputs estratti dal lavoro sulla Transizione Interiore di Sophy , Hilary e altri da cui ho beneficiato, o che hanno trasformato la mia esperienza del fare Transizione:

1-Home Groups

Una delle prime evidenze di ciò di cui divenni consapevole furono gli Home Groups, i precursori delle Transition Streets, dove piccoli gruppi auto-facilitanti si incontravano per darsi supporto l’un l’altro, supporto che poteva essere personale o pratico. Il pacchetto di risorse degli Home Groups, offriva consigli concernenti il buon ascolto, tanto quanto i consigli sul risparmio energetico. Questo stesso approccio era largamente diffuso in altri movimenti di crescita di consapevolezza, come quelli sulle donne, diritti civili e movimenti pacifisti.

Gli Home Groups davano ai loro membri uno spazio per “digerire” informazioni preoccupanti e le loro implicazioni e per elaborarle, costruendo solidi rapporti e celebrando i successi insieme ad altre persone. Molti gruppi si formavano in occasione di una serata evento organizzata da un gruppo, altri prendevano il via tra le persone che assistevano alle mie lezioni serali, col chiedersi cosa avrebbero potuto fare dopo. Gli Home Groups erano un’idea che mai mi sarebbe venuta in mente. Furono uno dei contributi chiave della successiva riuscita delle Transition Streets, e le condizionò profondamente quando ci sedemmo per lavorare alla nostra prima bozza di progetto. Cosa che Naomi Klein ha colto in un suo recente evento live del Guardian: “ è qualcosa che il movimento femminista ha fatto bene, e tantissime persone nel movimento della Transizione dedite alla Transizione Interiore, provengono da movimenti femministi, perché c’è una comprensione del fatto che se stai per far collassare la visione che la gente ha del mondo, devi restare nei paraggi a raccogliere i pezzi”.

2-Mentoring (sostegno, tutoraggio)

Un altro elemento della Transizione Interiore che si è rivelato veramente potente è l’idea del Mentoring. Come avrete probabilmente notato, “fare” la Transizione può essere veramente estenuante, stressante e drenare le energie (così come può essere esilarante, ispirante, ed energizzante). Ci sono volte in cui un’ iniziativa di Transizione finisce sotto molta pressione. Circa 4 anni fa, Transition Town Totnes fu bersagliata da un media locale, nel mirino finimmo io ed un altro membro del gruppo. Fu profondamente stressante, preoccupante e durante quel periodo il mentoring è stato enormemente importante. È stato di grande aiuto nel mantenere le strategie di autodifesa e nel non prendere niente a livello personale.

Il progetto di Mentoring di Totnes consiste, in sostanza, in un gruppo di consiglieri, consulenti e terapisti che offrono gratuitamente il loro tempo a coloro che operano all’interno del nostro centro. Questo lavoro è il soggetto di uno dei nuovi video sulla Transizione Interiore (vedi link qui sotto). Per me, ha fatto un’enorme differenza. Avere uno spazio protetto dove si possa discutere delle proprie paure, preoccupazioni, paura del fallimento, e a volte anche paura del successo (!) si è rivelato un potente antidoto all’esaurimento. Non potrò mai raccomandarlo abbastanza.

3 – Essere e Fare

Un’altra evoluzione della Transizione Interiore che si è dimostrata una rivelazione, è stato definire una distinzione tra essere e fare. Io sono uno che fa. Io faccio cose. Molti di quelli coinvolti nella Transizione sono così. Viviamo in una cultura che tende a valorizzare unicamente il fare. Generalmente ci si aspetta che si portino solo testa e mani sul posto di lavoro, e che si lasci la restante parte di noi al di fuori. Qualsiasi preoccupazione riguardo la nostra vita privata, lo stato del pianeta, le nostre speranze e sogni, vengono tutte lasciate a casa. Questa separazione è profondamente malsana e, nella Transition Network , uno dei modi con cui ce ne occupiamo, è quello di alternare le nostre riunioni mensili tra incontri incentrati sull’essere ed incontri incentrati sul fare. Gli incontri sul fare sono focalizzati su questioni pratiche, piani di lavoro, aggiornamenti sul lavoro di ciascuno e così via.

Gli incontri sull’Essere sono spazi di riflessione che invitano a riflettere su “Come stiamo?” e “Come stiamo lavorando insieme?” Quando ognuno lavora per raggiungere degli obiettivi e fare accadere delle cose, questo è un validissimo approccio, creare spazi per fermarsi, verificare e riflettere. Non riesco a immaginare come le persone riescano a gestire delle organizzazioni senza far questo.

4 – Checking in (Come stai?)

Questo punto viene percepito ora come un qualcosa che semplicemente facciamo e non come una innovazione o quant’altro. Non ricordo di averlo visto in precedenza nelle organizzazioni di cui ho fatto parte, ma posso chiaramente osservare la differenza che fa. Sono coinvolto anche in un altro progetto riguardante la comunità, uno di quelli quasi completamente incentrati sul fare e, recentemente, colto da esasperazione, ho suggerito di introdurre i check ins nei nostri incontri di lavoro.

La ragione che sentivo così stringente era che le persone stavano portando questioni, stress, e preoccupazioni provenienti dai giorni al di fuori delle riunioni, e che queste cose non dette dominavano gli incontri . Non c’era un meccanismo grazie al quale le persone potessero rendersene conto e quindi parcheggiare i loro stress in modo tale da potersi concentrare solo sull’incontro in sé. Se qualcuno sta avendo un momento difficile, gli altri presenti possono percepirlo e risentirne, così si affondano le capacità di procedere insieme in quello su cui si sta lavorando. Abbiamo introdotto i check ins (Come stai?) all’inizio dei nostri incontri e fanno un’enorme differenza. Secondo le attività della Transition Network’s ‘Inner Transition riguardo le linee guida degli incontri, potete anche proporre una delle seguenti domande: Qualcosa che stai gustando di questa parte dell’anno Qualcosa che ami del posto in cui vivi Qualcosa che ti piacerebbe trasmettere alle future generazioni Qualcosa per cui sei grato Qualcosa di bello che ti è capitato dall’ultimo incontro Qualcosa che hai imparato da un anziano Qualcosa di creativo che fai Un posto che ami in natura …e tutto questo fa veramente la differenza.

5 – Il valore del Custode

In Transition Network, abbiamo cominciato un paio di anni fa a introdurre, all’inizio di ogni riunione, le figure dei tre Guardiani per supportare il ruolo del facilitatore o di chi presenzia l’incontro. Questo ci deriva dall’esperienza degli incontri Nazionali, dove li abbiamo visti usare con ottimi effetti. Essi sono il Guardiano della Memoria (che prende nota e registra in qualche modo l’incontro), il Guardiano del Cuore ( che tiene un occhio alle persone, ai cali di energia, a qualsiasi tensione o questione carica che abbia bisogno di essere definita, e così via), e il Guardiano del Tempo (che si assicura che venga rispettata la tabella di marcia). Negli incontri che includono partecipanti che assistono via Skype abbiamo aggiunto il Guardiano delle Tecnologia. Definire questi ruoli all’inizio degli incontri significa mettere in campo una struttura che può grandemente assicurare lo svolgersi della serata fino al dispiegarsi di tutto il suo potenziale. È una sorta di pratica della mindfulness (disciplina meditativa della mente) e fa una grande differenza.

6-Digestione

Ho menzionato quanto la “digestione” sia utile nel contesto degli Home Groups. Ma è uno strumento altrettanto utile in altre situazioni. Ad esempio quando presentate alle persone un sacco di grandi idee e informazioni potenzialmente angoscianti, avete il dovere di preparare per loro uno spazio in cui poterle digerire. Uno dei modi in cui uso questa idea è quando sto tenendo dei talks. Piuttosto che passare direttamente dalla fine del mio discorso alle domande e risposte, invito sempre i presenti a rivolgersi verso le persone al loro fianco per dibattere se ci sia qualcosa di particolarmente sorprendente, inquietante o ispirante nel discorso da me tenuto, come si sentono, e quali domande faccia sorgere in loro. Così facendo, quando poi entriamo nel vivo delle domande, queste sono molto più ricche, pertinenti, e illuminanti. Ho recentemente tenuto un discorso prima del quale un vecchio signore infuriato, con le guance rosse di rabbia, era intervenuto con la domanda “ Cosa farai per l’immigrazione?”.

Abbiamo avuto un’ interessante discussione sull’argomento ( partita col il mio mettere in chiaro che non c’era realmente molto che io potessi fare anche volendo), ma quando ho iniziato a parlare era chiaro che fosse ancora carico dall’argomento e sul punto di scatenare un dibattito pubblico. Quando ho finito di parlare ci siamo presi 5 min di digestione, dopo di che la sua fu la prima mano ad alzarsi. Rassegnato all’inevitabile domanda riguardo quanto realistico sia fare Transizione in una nazione innondata da emigranti, lui invece chiese a proposito dei muri costruiti in paglia.

Questi sei punti sono solo una piccola selezione dell’innovazione della Transizione Interiore e di ciò che ho in particolare osservato nel corso della mia esperienza di fare Transizione, e possono essere ricondotti al quel primo incontro con Sophy e Hlary. Ce ne sono senza dubbio molti altri che non sono stati menzionati qui, o dei quali io non sono consapevole. E certamente di molti di essi abbiamo già fatto esperienza sotto una forma o l’altra, per questa ragione non sto dicendo che essi siano nuovi, ma solo che erano nuovi per me. Come gran parte delle cose migliori della Transizione, la Transizione Interiore ha portato con sé un invito ad innovare, invito che è stato accolto da iniziative sparse in tutto il mondo. Per me, Transizione Interiore, al meglio della sua espressione, è profondamente pratica. Ha trasformato la Transizione in qualcosa che si sente supportato, sorretto e che vede la resilienza nel senso più ampio del termine. Comunità resilienti hanno bisogno d’individui resilienti e di gruppi resilienti, che vedano l’ essere capaci di prendersi cura l’un dell’altro come parte essenziale del proprio essere capaci di prendersi cura del mondo.

Tutto questo è troppo importante per poter rischiare che venga schiacciato dal peso di quegli elefanti nella stanza. Ben più utile è avere il mezzo per fare con loro amicizia e portarli con noi a spasso nel parco. Chiuderò con il quarto video della serie sulla Transizione Interiore che è stato mostrato questa settimana, in cui Sophy Banks and Hilary Prentice riflettono sulla storia della Transizione Interiore:

Corso di Introduzione alla Facilitazione a Furci Siculo (ME) 16-17 Maggio 2015

Il 16 e 17 Maggio a Furci Siculo (ME) Aula Permanete di Ecologia auto promuove un mini-corso sulla facilitazione e il lavoro di gruppo… il corso è aperto a tutti, pratico ed esperienziale, e mira a condividere competenze e tecniche di base per migliorare il lavoro dei propri gruppi a partire da subito.

METODOLOGIA DIDATTICA

Il corso presenta un taglio pratico, tipo laboratorio formativo, in cui si impara facendo.

Durante i due giorni capiremo cosa vuol dire facilitare, come eliminare lo speco di tempo nelle riunioni, come si forma un gruppo,favorire la partecipazione di tutti, raggiungere decisioni condivise, metodi decisionali, consenso e… celebrazione!

DOVE?

Il corso è organizzato da APE, Aula Permanente di Ecologia e sarà ospitato presso il BeB La Zagara a Furci Siculo (ME) in via Manzoni 5. Su richiesta è possibile anche pernottare al BeB. Per magiori informazioni sul BeB visita https://lazagarabeb.wordpress.com/

E’ prevista una quota per la…

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6/7 giugno: Transition Training nel Biellese

Quando: Sabato 6 e Domenica 7 giugno 2015
Dove: Eden Sangha, Donato Biellese (BI), Tracciolino SP 512, Loc. Martignon
Costo: 130 € + 10 € (iscrizione obbligatoria a Transition Italia)
Oppure 120 € + 10 SCEC + 10 € (iscrizione obbligatoria a Transition Italia)
Quote “anticrisi”: Transition Italia mette a disposizione alcune quote ridotte che verranno assegnate a chi motiverà in modo convincente la sua richiesta al momento dell’iscrizione.

DI CHE SI TRATTA? 

I training esistono per sostenere coloro che sono interessati a far partire un’iniziativa ispirata alla Transizione nel proprio territorio. Sono workshop intensi e partecipati: per due giorni si esplorano insieme i temi “esterni” (risorse, clima, economia…) e interni della transizione. Si spazia dalla ricerca della motivazione personale alle dinamiche del cambiamento collettivo. Si fa esperienza pratica di tante tecniche di facilitazione che ci potranno essere utili nel lavoro di gruppo, come l’Open Space Technology e il World Café. Oltre a essere esperienze formative e arricchenti, sono naturalmente opportunità di fare rete.

I facilitatori di questo training saranno Cristiano Bottone e Martina Francesca.

Scaletta delle attività (solo indicativa):

PROGRAMMA DI SABATO

09:00 Accoglienza – Registrazione – Conosciamoci 10:00 Introduzione
10:15 Qualche mappa per scoprire chi siamo
10:30 Il contesto delle Transition Towns – il mondo esterno (1)
11:15 Pausa
11:30 Il contesto delle Transition Towns – il mondo esterno (2)
12:00 Introduzione ai principi e panoramica della Transizione + breve esercizio World Café
13:15 Pranzo
14:30 Visione di un futuro migliore
15:15 Creare un Gruppo di Guida, uno nuovo concetto di leadership
16:15 Pausa
16:30 Fare crescere la consapevolezza
17:45 Domande e pensieri conclusivi
18:00 Disbrigo attività burocratiche

PROGRAMMA DI DOMENICA

08:30 Inizio attività
09:00 La Transizione interiore e il cambiamento
11:00 Pausa 11:15 Il metodo Open Space (esercizio pratico)
13:00 Pranzo
14:00 Incontrare i discendenti (esercizi di ecologia profonda – da Joanna Macy)
15:15 Pausa
15:30 Il movimento di Transizione fino a oggi…
16:30 Fare la Transizione in Italia: come cominciare – il piano d’azione personale e di gruppo
17:00 Chiusura del cerchio e feedback
17:30 Fine

Come ci organizziamo?

Questo è un training inteso come residenziale in quanto siamo ospiti ad Eden Sangha, una cascina in montagna a 1000 mslm, centro olistico e permaculturale in divenire. E’ un luogo ai margini del selvatico che ha un’energia particolare, con vista strepitosa e bosco fatato. Naturalmente nessuno è obbligato a pernottare (se abita particolarmente nelle vicinanze) ma è consigliato e bello in quanto contribuisce allo spirito di gruppo e ci si diverte …  Fino a 8 persone possono stare in camerata condividendo un appartamento mentre la zona campeggio è quasi illimitata.

Pranzi e cena del sabato sera: 3 pasti vegetariani cucinati con amore con contributo di € 25 a persona. Se vuoi aggiungere qualcosa di buono per le pause caffè, ne saremo tutti deliziati!

Dormire: chi arriva da fuori può pernottare in camerata (contributo 13 Euro/notte -compresa colazione) oppure in tenda propria (8 Euro/notte – compresa colazione). Se avete bisogno di maggiore comfort e privacy, su richiesta possiamo aiutarvi a trovare ospitalità presso qualche alberghetto o B&B  della zona (segnalatelo nel form di iscrizione).

Raggiungerci : Se arrivate in treno, scendete a Biella S.Paolo e da li prendete l’autobus 330 fino a “Santuario di Graglia” (dove possiamo venirvi a prendere in auto se ci avvisate prima). Per chi invece arriva in auto, può impostare “Netro, La Bossola” e in seguito vi daremo le indicazioni su come raggiungere la cascina.

Viaggiare insieme è più bello e rispettoso dell’ambiente: non appena il training sarà confermato metteremo in contatto i partecipanti in modo che possano organizzare un viaggio condiviso quando possibile.

Abbigliamento e accessori: Consigliamo abbigliamento comodo e informale. Potrebbero essere utili delle leggere scarpe da trekking per qualche breve passeggiata nei boschi o in montagna.

SOSTIENI GLI “AGENTI DI CAMBIAMENTO”

Negli ultimi training sono arrivate ben più richieste di quote agevolate di quelle sostenibili – probabilmente segno che la crisi morde sempre di più (ne parliamo dettagliatamente qui). Nel caso cercheremo di facilitare soluzioni collegiali e creative (condividere le agevolazioni, chiedere ad amici, parenti associazioni di appartenenza di aiutare, ecc.).

Considerata questa situazione, nel form d’iscrizione troverete ora anche la casella “quota solidarietà”, per chi si iscrive e vuole donare una borsa di studio (anche parziale) ad un altro partecipante in difficoltà economica.

Se invece non puoi venire, non ti interessa, non ti senti portato, ma vuoi che altri abbiano la possibilità di fare questo Training contattaci per donare una o più borse di studio da dedicare a un/a partecipante motivato/a.

ISCRIZIONE

Compila on-line il FORM DI ISCRIZIONE. Riceverai una email con tutte le istruzioni per completare l’iscrizione.

Le iscrizioni saranno considerate in ordine di arrivo e verrà creata una lista di attesa nel caso in cui le richieste superino i posti disponibili. Gli iscritti a precedenti liste d’attesa avranno la precedenza sui nuovi iscritti.

 

PER ULTERIORI INFO:

Contatta ellen.bermann(at)gmail.com, 392-9059542

Scala Mercalli – Pagine di approfondimento

La trasmissione di Luca Mercalli si completa, su RAI.it, di un mini sito bibliografico per l’approfondimento degli argomenti trattati.

La pagina principale si chiama “PER SAPERNE DI PIÙ” ed è qui, con i link alle liste (una per episodio).

Alcune risorse le conoscete già, ma l’archivio è notevole e si arricchisce puntata dopo puntata. Vale la pena di darci un’occhiata.

 

Attenti alla burrasca

Marzo pazzerello colpisce ancora: dopo i primi timidi tepori primaverili, un fronte freddo primaverile sta irrompendo in pianura padana. Circolano, al solito, #meteobufale e notizie imprecise per non dire allarmistiche, non torna l’inverno di prepotenza ma sarà comunque una veloce “sfuriata” e la situazione non va affatto sottovalutata, anche alla luce dell’allerta regionale in vigore in Emilia Romagna.

L’azione della perturbazione sarà veloce, ma intensa e dinamica, portando, per l’Emilia Romagna, un vero e proprio campionario meteo completo. Fra mercoledì 4 pomeriggio e giovedì 5 mattina avremo infatti una fitta nevicata in collina  e montagna, piogge moderate in pianura emiliana e più abbondanti ed associate ai primi temporali della stagione in Romagna dove insisteranno anche giovedì, specie al mattino e sul settore appenninico. Inoltre la perturbazione sarà accompagnata e soprattutto seguita da vento forte e impetuoso, con, giovedì, una tempesta di föhn in Emilia e di bora in Romagna con una nuova mareggiata sulla costa. La situazione andrà migliorando da venerdì, seguirà un week end di bel tempo con aria frizzante ma sole primaverile.

le raffiche di vento previste giovedì pomeriggio al centro nord. Attenzione oltre che in Emilia Romagna anche al nordovest per il föhn e nelle regioni centrali per la tramontana. condizioni proibitive in montagna.

Qualche debole gelata o brinata, di notte e fino alle prime luci dell’alba, sarà possibile tra giovedì/venerdì e soprattutto tra venerdì/sabato su tutte le vallate appenniniche e sulle zone di pianura di Emilia e Romagna centro-occidentale, ma con temperature che non dovrebbero scendere a livelli pericolosi per le coltivazioni.

Dunque massima attenzione alle possibili conseguenze su un territorio fragile e pieno di dissesti e problemi. Le conseguenze vanno dalle banali ma insidiose grandi pozzanghere sulle strade a locali allagamenti, ma l’attenzione maggiore è per il vento che, soffiando molto forte, potrà causare disagi e qualche danno. In particolare, è saggio evitare durante l’evento parchi e boschi, in quanto con la vegetazione danneggiata dalla grande nevicata il rischio di caduta di rami o sradicamento alberi è elevato. Attenzione anche ai giardini domestici e pubblici e ai viali alberati. La prudenza non è mai troppa, ripassiamo dunque i consigli della Protezione civile riguardo a vento e mareggiate, ma del resto ce lo insegna la saggezza delle tribù indigene, con la, come la definisce ne “Il mondo fino a ieri”” Jared Diamond, “paranoia costruttiva”.

Luca Lombroso, Pierluigi Randi

Attenti alle piogge battenti

Ci risiamo, dopo la neve in Emilia e le mareggiate e alluvioni costiere in Romagna, un’altra perturbazione intensa si avvicina nel fine settimana.

Riporto il dettaglio post dell’amico meteologo Pierluigi Randi:

“Ultima giornata soleggiata, per cui chi può ne approfitti. Da domani si cambia spartito e la saccatura nordatlantica in quota che ci verrà a visitare complicherà quasi certamente in una classica depressione nei bassi strati in evoluzione da Sardegna a Tirreno meridionale (secondo il Deutscher Wetterdienst, ma fidiamoci) che, specialmente domenica, porterà nuove piogge.
Occhio anzi a quel fronte caldo che, messo così (previsione DWD), rappresenta un modello di circolazione piuttosto sfavorevole per la nostra regione: piogge insistenti, prima fase sciroccale (sabato) in rotazione a NE (domenica) con rinforzi su settore orientale e costa, e ciò per il litorale non è proprio il massimo della vita (bora dopo scirocco e tempo piovoso).
Non ci sarebbe nulla di particolarmente importante (a parte il week-end con ombrello a portata di mano) se non fosse che:
1) Pioverà sul bagnato; ancora non abbiamo smaltito l’overdose di acqua del 4-6 febbraio, ed a tal proposito leggasi questo bollettino http://www.arpa.emr.it/…/se…/Bollagrosett_2015_02_16_07.pdf… alla voce percentile acqua disponibile), per cui non saranno necessari tantissimi millimetri di pioggia per farci ricalzare lo stivale.
2) Freezing level e di conseguenza quota neve più elevati rispetto al giro precedente, anche questo no buono in relazione ai corsi d’acqua.
3) Scirocco-bora+pioggia è un mix assai poco gradevole per la nostra costa.
Al momento sembra un passaggio un poco più “light” rispetto a quello assai cattivo di inizio mese, però monitoriamo e seguiamo le eventuali allerte che verranno emesse dalla protezione civile (non quelle con cui tappezza ogni 12 minuti il sito il figlio illegittimo di Caronte; esse, oltre a costituire un reato, possono andare bene al limite per insaporire il brodo dei passatelli).
Detto questo buon week-end, e se poi pioverà davvero c’è sempre il Risiko o il divano con l’abbiocco post-prandiale incorporato. “

Più in dettaglio, monitorare e fare attenzione alle eventuali piene dei fiumi e soprattutto dei torrenti minori, perché le piogge, secondo elaborazioni, saranno molto abbondanti nella fascia collinare. Consigli, i soliti: non guidare in zone eventualmente allagate, non svolgere attività sportive lungo fiumi e torrenti, attenzione in caso di allagamenti in aree urbane ai sottopassi, guidare con prudenza perché le strade sono parecchio dissestate e si formeranno grandi pozzanghere, attenzione nei parchi e giardini perché gli alberi sono ancora danneggiati dalle recenti nevicate.

E in ogni caso, prepariamo con resilienza ma qualsiasi tempo faccia, un po come i bambini, cerchiamo di essere felici e di sorridere.

CONFERMATO SEMINARIO RESILIENZA PERSONALE

Giovedì 26 Febbraio 2015 – dalle 16:30 alle 20:30 – a Verona, presso l’Opificio dei Sensi
Seminario con Mark Boylan
Indirizzato specificamente ai FACILITATORI di TRANSIZIONE

Durante questo workshop esploreremo insieme come possiamo nutrire la nostra resilienza personale: la resilienza del corpo, del cuore e della mente. E come possiamo sviluppare la resilienza dei nostri network, delle nostre reti e delle nostre organizzazioni. Organizzazione a cura di Silvana Rigobon

Per iscriversi compilare il  modulo http://goo.gl/forms/orP29oSOZs

Democrazia Profonda in tour

C’è qualche gruppo in zona Roma, Firenze, Milano o Torino che si sente “chiamato” a collaborare con questo progetto?

Da iotunoicostruirecomunità, il blog di Melania Bigi

Sono partiti i preparativi per il primo tour italiano sull’Arte del Processo.

L’evento/tour ha come obiettivo quello di far conoscere la Democrazia Profonda in alcune città e creare una comunità che possa sostenere l’avvio della scuola italiana di Process Work (Arte del Processo), approccio sviluppato negli ultimi trent’anni da Arnold Mindell.

DDtour-terranuova-verticale

Le tematiche che affronteremo in questi seminari di introduzione saranno legate alla facilitazione dei conflitti nei gruppi e nelle relazioni, con la lente di lettura dell’approccio sistemico e profondamente democratico di consapevolezza di ranghi e potere. Allo stesso tempo vorremmo mostrare l’utilizzo della facilitazione su temi che possano coinvolgere attivamente le comunità locali dove faremo gli incontri: abbiamo pensato quindi di organizzare anche dei momenti di discussione, di Open Forum.

L’insegnante che si occuperà della formazione durante queste giornate è Ana Rhodes, dall’ecovillagio scozzese di Findhorn, con il nostro supporto (Melania Bigi e Genny Carraro). Dovremo chiedere una quota per la partecipazione al workshop (mentre il forum aperto sarebbe gratuito), per coprire i costi dell’insegnante, ma vorremmo che l’evento rimanesse economicamente accessibile a chiunque voglia partecipare: per questo cerchiamo posti gratuiti o con un affitto minimo, e abbiamo intenzione di utilizzare la formula dell’economia del dono, in modo che ogni partecipante possa dare in base alle sue disponibilità.

Queste le tappe:

– ROMA – 3 e 4

– FIRENZE – 6-8

– MILANO – 10 e 11

– TORINO – 13-15

Abbiamo ancora bisogno di trovare sale che possano ospitarci, ed associazioni locali che vogliano sostenere il progetto: se siete interessat* a collaborare in qualsiasi modo nell’organizzazione, se avete luoghi/comunità/tematiche da proporre….

iscrivetevi al gruppo FB!   https://www.facebook.com/groups/semididemocraziaprofonda/

scriveteci!   melania_bigi@yahoo.it   genny.carraro@gmail.com

Melania e Genny

La Banca d’Inghilterra indaga i rischi di una “bolla del carbonio”

Da “The Guardian”. Traduzione di MR

Inchiesta per valutare le possibilità di un collasso economico se le regolamentazioni per il cambiamento climatico rendessero i beni di carbone, petrolio e gas privi di valore

Vista aerea delle sabbie bituminose a Fort McMurray, Alberta, Canada. Se viene raggiunto un accordo globale per limitare le emissioni di carbonio per i 2°C, le riserve di carbone, petrolio e gas non potrebbero essere bruciate. Foto: Alamy

Di Damian Carrington

La Banca d’Inghilterra sta per condurre un’indagine sul rischio che le società di combustibili fossili causino un grande collasso economico se le future regolamentazioni sul cambiamento climatico rendessero i beni di carbone, petrolio e gas privi di valore. Il concetto di una”bolla del carbonio” si è guadagnato un rapido riconoscimento dal 2013 e viene preso in considerazione sempre più seriamente dalle grandi società finanziarie, comprese Citi Bank, HSBC e Moody’s, ma l’indagine bancaria è finora il riconoscimento più significativo da parte di un istituto regolatore. La preoccupazione è che se i governi del mondo adempiono ai loro obiettivi accordati di limitazione del riscaldamento globale a +2°C tagliando le emissioni di carbonio, allora circa 2/3 delle riserve provate di carbone, petrolio e gas non possono essere bruciate. Essendo le società di combustibili fossili fra le più grandi del mondo, forti perdite del loro valore potrebbero indurre una nuova crisi economica.

Mark Carney, il governatore della banca, ha rivelato l’indagine in una lettera al comitato per il controllo dell’ambiente (EAC) della House of Commons, che sta conducendo la propria indagine. Carney ha detto che c’è stata una discussione iniziale all’interno della banche sui beni di combustibili fossili “immobilizzati”. “Alla luce di queste discussioni, approfondiremo ed amplieremo la nostra indagine sull’argomento”, ha detto, coinvolgendo il comitato di politica finanziaria che ha l’incarico di identificare i rischi economici sistemici. Carney ha sollevato il problema ad un seminario alla Banca Mondiale in ottobre. La notizia dell’indagine della banca giunge nel giorno in cui si aprono i negoziati per l’azione sul cambiamento climatico a Lima, in Perù, e mentre una delle società energetiche europee più grandi, la E.ON, ha annunciato che stava per scorporare gli affari legati ai combustibili fossili per concentrarsi sulle rinnovabili e sulle reti. L’IPCC dell’ONU ha recentemente avvertito che il limite di emissioni di carbonio coerente con i +2°C si stava avvicinando e che l’energia rinnovabile dev’essere perlomeno triplicata.

“I politici ed ora le banche centrali si stanno svegliando rispetto al fatto che gran parte del petrolio, carbone e gas delle riserve mondiali dovrà rimanere nel sottosuolo, a meno che la cattura del carbonio e le tecnologie di stoccaggio non possano venire sviluppate più rapidamente, ha detto Joan Walley MP, che persiede la EAC. “E’ tempo che gli investitori riconoscano anche questo e mettano in conto l’azione per il cambiamento climatico nelle loro decisioni sugli investimenti in combustibili fossili”, ha detto la Walley al Financial Times. Anthony Hobley, amministratore delegato del thinktank Carbon Tracker, che è stato importante nell’analisi della bolla del carbonio, ha detto che l’ultima mossa della banca potrebbe portare a cambiamenti importanti. “Le società di combustibili fossili dovrebbero rivelare ora quante emissioni di carbonio sono racchiuse nelle loro riserve”, ha detto. “Al momento non c’è alcuna coerenza nei rapporti, quindi è difficile per gli investitori prendere delle decisioni informate”. ExxonMobil e Shell hanno detto all’inizio del 2014 che non credevano che le loro riserve di combustibili fossili sarebbero state immobilizzate. A maggio, Carbon Tracker ha riportato che oltre 1 trilione di dollari viene attualmente scommesso in progetti petroliferi ad alto costo che non vedranno mai un ritorno se i governi del mondo adempiono ai loro impegni sul cambiamento climatico.

Funzione Energia: com’è andata a Roma

Funzione energia

Preambolo per chi non avesse seguito le puntate precedenti.

Mercoledì scorso siamo stati a Roma a fare la prima “uscita pubblica” del seminario sulla Funzione Energia per gli Enti Locali (Comuni, Unioni di Comuni). L’iniziativa era organizzata da CURSA con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente ed era dedicata ad amministratori e tecnici.

Questo lavoro di ricerca lo stiamo facendo sotto la sigla PSTE (Polo Strategico per la Transizione Energetica), un raggruppamento informale di tre soggetti, CURSA, ANCI ER e Transition Italia, che cooperano per sviluppare metodologie di approccio all’immenso problema della transizione verso modelli sociale ed economici circolari, sostenibili e resilienti.

La sfida

Chi frequenta questo blog sa che un passaggio epocale di questo genere non si può fare se non in modo sistemico e producendo cambiamenti profondi dentro e fuori di noi esseri umani.

La domanda è: se questo è gestibile a livello di relazioni interpersonali e di gruppi è possibile tradurre questo tipo di percorsi a livello istituzionale, partendo da quello che c’è? Partendo quindi dall’attuale apparato legislativo, organizzativo, infrastrutturale. Si può fare o si tratta di pura utopia? Lungi dall’avere risposte definitive possiamo dire che, certamente, si può provare. E infatti ci stiamo provando.

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Attenti ai nubifragi

Stima piogge previste nella zona di Genova, prodotto sperimentale, cortesia Pierluigi Randi www.meteocenter.it

Stima piogge previste nella zona di Genova, prodotto sperimentale, cortesia Pierluigi Randi www.meteocenter.it

Ci risiamo. La situazione meteoclimatica è molto particolare, acqua (mar Mediterraneo) e aria (atmosfera) sono decisamente calde per la stagione e così le classiche perturbazioni autunnali risultano intensificate. In particolare ora sta arrivando una energica perturbazione, preceduta da una massiccia sciroccata che porta aria calda dal nord Africa e umidificata sul Mediterraneo; ha già causato problemi e danni in Spagna (vedi il tornado in aeroporto a Malaga) e anche in italia, nella costa tirrenica con un violento nubifragio a Santa Marinella.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=2x4HikDfIQQ&w=420&h=315]

Non va meglio agli antipodi, guardate in Australia mentre nel NE USA sono alle prese con tempeste di neve. Insomma, eventi estremi a go go.

Tornando a noi, la massima attenzione è per la Liguria che rischia la 4° alluvione di questo pazzo autunno. Vi segnalo dunque l’apposito allerta meteo, (al link trovate l’ultimo emesso) per la scala in atto della Liguria a livello 2 (il massimo) a Genova e nel Levante, dove sono state, giustamente, preventivamente chiuse le scuole in molti comuni (leggete qui la lettera dei genitori). Vista la situazione però consiglio di non focalizzare troppo i dettagli, perché i nubifragi saranno in genere localizzati e dove colpiscono assai forti. Sono zone in cui è necessario, per non dire vitale, modificare le proprie abitudini per proteggere la vita.

Piogge intense anche in altre zone del nordovest e in parte della Toscana, ma al momento per quanto riguarda l’Emilia Romagna, pioverà venerdì e quindi domenica non dovrebbe esagerare. In ogni caso, fate attenzione comunque, fra strade dissestate, piene di buche e pozzanghere e situazione idrogeologica (frane) in Appennino la prudenza non guasta mai. Tranquilli (o preoccupati?) che di neve per ora in giro non se ne vede.   Se vi fossero novità, vi informo.