Perché usare S3

Mettete degli umani assieme a decidere qualcosa, a costruire un’organizzazione, a pianificare il futuro e molto probabile che combineranno guai, anche se armati delle migliori intenzioni del mondo e di tutta la possibile buona fede.

Perché? Perché il COME si decide di procedere in queste attività pesa in modo determinante sul COSA si finirà a fare. Sulla qualità del COSA, sulla sua reale rispondenza ai bisogni che si sono identificati.

Sinceramente ci ho messo un po’ a capirlo, modificare questo aspetto del sistema in modo parziale, ad esempio aggiungendo un po’ di facilitazione qui, un po’ di gestione dei conflitti là, un po’ di comunicazione non violenta… ecc. non basta. Serve qualcosa di più completo e potente, un vero e proprio modello di governance.

Anche dopo essere arrivato a quest conclusione ho dovuto però ammettere che un modello con le caratteristiche adeguate non lo vedevo in giro: fino a quando non ho scoperto la Sociocrazia 3.0.

È stato il mio primo incontro con qualcosa che mi sembrasse sufficientemente completo, flessibile e sul pezzo (efficace insomma). Come spesso accade con tutte le metodologie davvero potenti, è semplice e difficilissima nello stesso tempo: semplice nei principi, difficile nell’applicazione perché scardina i nostri consolidati meccanismi mentali di singoli e di gruppo.

Non contiene nulla di veramente nuovo (direi), ma una intelligente organizzazione di molti metodi noti. In pratica un’integrazione della Sociocrazia classica, Agile e Lean, ma con molte attenzioni e spunti che vengono dalla CNV (come anche James Priest mi ha confermato).

Questa combinazione permette di superare molti limiti delle singole metodologie arrivando ad avere un sistema davvero completo e adattabile a mille contesti e situazioni. Non sarà perfetto o definitivo, ma un bel passo avanti.

Va esplorato accompagnati e ci vuole un po’ di tempo a prendere confidenza, ma è davvero una svolta. A livello di rete internazionale Transition ha strutturato il suo modello di governance prendendo forte ispirazione da qui e, lavorandoci tutti i giorni da qualche anno, è facile ora rendersi conto dei tantissimi vantaggi e della profonda modificazione culturale che ha prodotto in noi.

Ora che l’ho provato per un po’ sulla mia pelle, sto facendo tanti esperimenti di trasferimento in altri contesti organizzativi, siamo agli inizi, ma mi pare che i risultati siano già molto incoraggianti. Vedremo più avanti come va.

Due libri e un film per la Transizione da soli

Ok, ho deciso, riapriamo questo blog. Le ragioni sono molteplici (prime tra tutte una certa noia da Facebook e il fatto he sennò Glauco mi perseguita…). L’altra è che a ottobre saranno 10 anni che dedico quasi tutto il mio tempo all’evoluzione del concetto di Transizione e alla sua pratica nel mondo reale e credo di avere finalmente imparato qualcosa che può valer la pena annotare a beneficio di altri che volessero provare.

Ricominciamo con un problema specifico. Mi capita spesso che mi chiedano “… ma cosa posso leggere per capire di più?” e un paio di giorni fa mi sono trovato a fare uno sforzo di sintesi per cercare di dare delle indicazioni che abbiano un senso… e vi spiego meglio questa faccenda del “senso”.

Al momento non c’è un vero modo per appropriarsi dell’immensa quantità di materiale concettuale e pratico sviluppato nell’ambito della Transizione (ci vorrebbe un corso di laurea di 5 anni + la pratica, come per qualsiasi professione).

Quindi il “senso” nel dare indicazioni a una persona che poi magari non rivedi più, dopo una conferenza, un laboratorio, ecc. è nel riuscire a fornirgli comunque un indicazione utile. Qualcosa che l’aiuti a cominciare la sua di transizione senza doverne diventare uno specialista.

Dopo una lunga spremitura di meningi direi quindi che questa è la lista 2018, tutto materiale in italiano (potrebbe sorprendervi il fatto che non ci sia un libro che parli di Transizione, ma tant’è):

Permacultura di David Holmgren – Se potete comperarne uno solo, questo basta. Non fate caso all’ingannevole copertina che vi induce a pensare a orti e galline (sennò poi nessuno se lo compra), questo è un framework di progettazione sistemica utilizzabile per fare qualunque cosa (gran parte della Transizione nasce da qui).

E se non potete comprare il libro, basta questa illustrazione (si fa per dire), dopo averne visti tanti, questo è l’approccio più semplice e potente ai sistemi complessi che ho trovato (ce ne sono di più semplici, ma non sono così efficaci poi nella pratica).

Seguite questi principi facendo qualunque cosa stiate cercando di fare e il mondo attorno a voi cambierà radicalmente (compresi probabilmente i vostri piani).

Meglio ovviamente se leggete il libro, leggetelo e rileggetelo e tornateci sopra periodicamente perché ad ogni passaggio ci scoprirete dentro cose “nuove” che non avevate afferrato nei giri precedenti.


Le parole sono finestre oppure muri di Marshall Rosemberg – E questo è il secondo, qualunque cosa cercherete di fare avrete a che fare con un sacco di esseri umani, e con gli esseri umani… beh… lo sapete come siamo.

Il metodo di Rosemberg ha 4 regole (sì solo quattro) semplicissime, potentissime, fanno tutto quello che c’è da fare, scavano, ribaltano, rimettono in discussione praticamente tutta la struttura dei nostri rapporti con gli altri.


 

Ultima chiamata documentario di Enrico Cerasuolo – Sapete che i transizionisti sono un po’ fissati con la comprensione del mondo in cui viviamo e del come abbiamo fatto ad arrivare a questo stato delle cose. Questo film è un passaggio chiave per questa acquisizione di consapevolezza.


In verità ci sarebbe un’altro mattone di queste fondamenta, la S3 che però non è disponibile al momento nella nostra lingua e credo sia anche troppo ostico da affrontare senza una guida. Magari ci tornerò sopra.

Teatro e Facilitazione

IMPROSOCIAL/ WORKSHOP DI TEATRO E FACILITAZIONE : due incontri per approfondire metodologie innovative tra cui il metodo LEGO® SERIOUS PLAY® .

Docenti\facilitatori : Mavi Gianni, Gianluca Gambatesa, Marco Ossani –
Sabato 17 febbraio dalle ore 10 alle ore 18 – Domenica 25 febbraio dalle ore 14 alle ore 18. al Centro Civico Borgatti, via Marco Polo 51, Bologna. Non è necessario partecipare a entrambi. Chiunque è il benvenuto, anche e soprattutto chi non ha mai fatto teatro.
Massimo 20 iscritti – CONTRIBUTO RICHIESTO : con economia del dono.

info e iscrizioni : zoeteatriaps@gmail.com – cell 3311228889

PROGRAMMA
sabato 17 febbraio
ore 10 – invito all’arte
ore 11,30 – improsocial
ore 13 – pausa pranzo
ore 14 – improsocial
ore 15 Lego Serious Play
ore 18 – chiusura del cerchio
domenica 25 febbraio
ore 14 improsocial
ore 18 – chiusura del cerchio

IN COLLABORAZIONE CON Biblioteca Lame-Cesare Malservisi Lame in transizione

F.A.Q.

Cos’è IMPROSOCIAL?- Il Teatro di Improvvisazione è da sempre strumento di lavoro per facilitatori, educatori, psicologi, animatori di comunità. È alla base del Teatro dell’Oppresso, del Playback Theatre,del Process Drama, proprio perché facilita l’incontro. È da qui che nasce l’idea di Improsocial : uno spazio di relazione, uno spazio in cui ciascuno può esprimersi creativamente senza timore di fallire, perché “tutto quel che fai è la maniera giusta per farlo”.
Il processo è lo scopo. Inizia con un posto da esplorare e continua con la ricerca delle colleganze, nello spazio e nella relazione con gli altri. Qual è il nodo che ci unisce e\o separa?

Cos’è LEGO® SERIOUS PLAY® ? Una metodologia per la facilitazione. Il metodo aiuta a condividere idee e dialoghi costruttivi attraverso metafore che diventano spunto per la comprensione profonda dei problemi, portando il gruppo a generare soluzioni. Il laboratorio LEGO® SERIOUS PLAY® sarà condotto da due facilitatori certificati in questo metodo così stimolante : Gianluca Gambatesa e Marco Ossani

Cos’è la facilitazione? è l’arte di aiutare i gruppi a gestire gli incontri in modo efficace, piacevole e partecipativo, favorendo quindi il raggiungimento degli obiettivi e l’inclusione di ognuno.
Il facilitatore aiuta il gruppo a gestire il processo, in modo efficace, valorizzando i diversi punti di vista, migliorando la vita del gruppo affinché questo abbia continuità e cresca nel tempo.

Cos’è l’economia del dono?– al termine della giornata ciascun partecipante potrà inserire in una busta chiusa, un dono in denaro. In forma anonima, se vorrà darlo e a seconda del valore che attribuisce all’esperienza vissuta durante l’incontro. Le offerte andranno a sostegno dei progetti di teatro sociale che Zoè teatri propone alle scuole del territorio

I docenti

Mavi Gianni – attrice e regista, docente della Scuola Nazionale di Improvvisazione Teatrale, facilitatrice di Transition Italia, responsabile del progetto “Social Theatre for Empowerment Community” che sta portando Zoè Teatri in Europa, per apprendere le buone pratiche teatrali per lo sviluppo della Comunità.Docente al Master della Scuola Superiore di Facilitazione di Milano, diretta da Gerardo de Luzenberger. Ideatrice e responsabile di ImproSocial, un laboratorio permanente di teatro partecipato, in cui le tecniche dell’improvvisazione teatrale e quelle della facilitazione sono connesse tra loro.

Gianluca Gambatesa – Gianluca è facilitatore certificato LEGO®SERIOUS PLAY®, metodologia che applica in particolare nella coprogettazione di servizi, sviluppo di idee innovative, esplorazione di scenari. Si occupa di consulenza in ambito Lean Six Sigma, di Service Design e di Platform Design. Ha esperienza pluriennale nella progettazione di servizi in ambito Energy e Facility Management per la PA e per clienti privati. Laurea in Ingegneria Elettrica e un Master di secondo livello in Energy Management.

Marco Ossani – Marco si occupa di business design e innovazione, riferendosi al paradigma della Theory-U. Ha approfondito le tecniche del Design Thinking e della facilitazione visuale (mappe mentali, canvas). E’ facilitatore Certificato LEGO® SERIOUS PLAY®. Dopo una ventennale esperienza dirigenziale nel Marketing di multinazionali del settore Medicale si dedica all’attività di formatore e consulente freelance. Continua a leggere

Fermarsi a riflettere

 

Non sempre ci prendiamo il tempo che servirebbe per interrogarci su quello che stiamo facendo, sul senso delle cose che ci girano attorno. In questi mesi il gruppo del Transition Network ha deciso di rielaborare la loro attività attraverso un periodo di riflessione profonda e di riconversione tra tutti i componenti della struttura.
Trovate in questo post di Sarah un riassunto di come questo processo si è svolto e nel filmato qui sopra Rob ha catturato le riflessioni personali dei partecipanti (tutto per anglofili), anche per chi non capisce la lingua, credo che il messaggio importante sia quello dell’importanza di fasi come questa.

AL1

I Transition Training verso l’economia del dono

dono

di Ellen Bermann

I tempi stanno cambiando, la contrazione economica si sente e ci sono sempre più paure di non spendere al meglio i propri soldi (pochi o tanti che siano). Dall’altra parte, le meravigliose esperienze che hanno regalato i Transition Training (a noi come facilitatori e a chi ha partecipato alle oltre 30 edizioni precedenti) chiedono di essere replicate ancora tante volte. E vogliamo trovare il miglior modo per poterlo fare.

Cos’è l’economia del dono e perché praticarla?

Lo sappiamo, l’economia che segue i parametri tradizionali della competizione e della crescita infinita non funziona più e probabilmente è giunta al capolinea. Ma nel tempo ha provocato le sue ferite in noi, mettendo le transazioni monetarie prima delle relazioni umane. Spesso anche chi sta cercando di costruire un paradigma diverso, è ancora intrappolato in vecchi schemi e soffre per la dipendenza dal sistema. Schizofrenicamente si vaga dal spendersi per nobili progetti a titolo di volontariato e dall’altra si guadagna magari la pagnotta facendo lavori spesso dannosi e inutili. Ma quale alternativa? Ancora non lo sappiamo di preciso, ma in questa fase di transizione si può comunque sperimentare per fare le cose diversamente. L’economia del dono è una delle strade, ma ancora molto misconosciuta e mal interpretata. Proviamo ad aiutare a fare chiarezza. Nell’economia del dono non viene prefissato un prezzo o un compenso per un servizio o altro da parte di chi lo offre, ma chi ne usufruisce si assume la responsabilità di decidere se e come riconoscere e contraccambiare quanto ricevuto, in assoluta libertà (secondo le proprie possibilità nonché gradimento). In modo che possa funzionare c’è bisogno di FIDUCIA nelle proprie capacità e nelle persone che sapranno riconoscerle. Quanto più crederemo nell’ABBONDANZA e nella CONDIVISIONE, quanto più ci sarà FLUSSO che riuscirà a soddisfare i nostri veri bisogni. Economia del dono non significa necessariamente “a gratis” e un rifiuto di ricevere il vile denaro; quest’ultimo al momento rimane ancora almeno in parte necessario per vivere e per realizzare dei bellissimi sogni. Chi pratica l’economia del dono, riceve e dona in genere a progetti sociali e rigenerativi, convogliando il flusso monetario a sostegno di quello che vogliamo e non di quello che non vogliamo.

Una proposta ibrida

Al momento la nostra proposta è Continua a leggere

Le comunità resilienti a Bologna

Martedì 22 marzo 2016 dalle 18.00 alle 22.00, presso la sede di Volabò in Via Scipione dal Ferro 4 a Bologna, terremo il workshop .

LE COMUNITA’ RESILIENTI.
Le Città in Transizione: cosa sono e come possiamo favorirne lo sviluppo.

E’ un evento organizzato allo scopo di creare un ponte tra le iniziative di transizione e il variegato mondo del volontariato.  Oltre ad alcune parti teoriche utilizzeremo e sperimenteremo insieme alcuni metodi di facilitazione che utilizziamo abitualmente negli incontri di formazione e dei gruppi operativi.

Per maggiori informazioni e per iscrizione (è necessaria nonostante la partecipazione sia gratuita) cliccate sul seguente link:

http://www.volabo.it/news_evidenza.php?id=8453

 

 

Attenti al ciclone Zissi

Sta per arrivare una di quelle situazioni meteo classiche, per così dire da tempesta perfetta, le tipiche situazioni che causano problemi e dissesti un po’ su tutt’Italia, da nord a sud.

Si sta infatti formando un classico ciclone mediterraneo, Zissi la sua denominazione ufficiale, ampio e profondo, preceduto da una massiccia avvezione di aria calda e umida da sud. Ne ho già parlato ieri, in un articolo di anticipazioni sul sito Emilia Romagna Meteo, e oggi, nell’articolo di introduzione al bollettino per l’Appennino, che invito a leggere.

E’ una di quelle situazioni da seguire e monitorare attentamente. Non che sia una novità, la formazione di un ciclone di tipo extratropicale sul Mediterraneo, ma come ben sappiamo siamo in condizioni particolari. Veniamo da un inverno particolarmente mite, e di conseguenza anche le acque marine sono più calde del normale.  già in queste situazioni piover molto, ma se il mare è più caldo le nuvole saranno, semplificando, più cariche di “acqua precipitatabile”. In più il territorio è dissestato e ci sono vari problemi, quindi, mai come questa volta, seguite e non sottovalutate gli allerta meteo che saranno emessi nelle prossime ore.

La situazione organizzativa in Italia è purtroppo caotica al riguardo, gli allerta regionali seguono standard e sono su siti assai diversi. Il primo di cui abbiamo notizia è l’allerta della Provincia di Trento.

Per quanto riguarda l’Emilia Romagna, i siti di riferimento sono

Se sarà emesso, ne daremo notizia aggiornando questo post nonché su www.emiliaromagnameteo.com. Come detto, non sottovalutate la situazione, in particolare per l’Emilia i problemi maggiori potrebbero scaturire dal fatto che dapprima nevica a quote di media montagna e in parte collina, poi pioverà e parecchio, quindi oltre alla nuova pioggia ruscellerà a valle e nei bacini anche l’acqua di fusione della neve. Va da se che non è week end da fare escursioni in media e alta montagna o da fare sport nell’alveo e nelle golene di fiumi e torrenti.

riferendoci alla scala ideata per le comunità in transizione, che, importante, non sostituisce quelle ufficiali della protezione civile, potremmo considerarci, in Emilia Romagna, in una situazione in pieno del punto 2), ovvero “Attenzione 2 moderata: queste condizioni   possono comportare problemi nello svolgere la vita con i ritmi e i modi in cui siamo abituati, perché sono possibili eventi che, in qualche caso, possono comportare pericolo per persone e/o cose. “, ma la situazione potrebbe evolvere, quindi stay tuned e non abbassate la guardia ma rinforzate la resilienza locale.

 

UPdate 26.02.2016 ore 12:47 #allertameteoLIG

Ecco l’Allerta emanata da protezione Civile Regionale a seguito delle indicazioni del Centro Meteo Arpal. Domani verranno fornite le indicazioni relative alla giornata di domenica.

Pubblicato da Arpal su Venerdì 26 febbraio 2016

Update 26.02.2016 ore 16:30 emesso l‘allerta meteo Emilia Romagna, qui i dettagli

Clima? Ci manca il coraggio!

Qualche giorno fa sono stato ad intervistare il climatologo Kevin Anderson a Bruxelles. L’occasione mi è stata fornita da un evento organizzato al Parlamento Europeo da Marco Affronte (e colgo l’occasione per ringraziarlo di aver creato questa opportunità). Quella che vedete qui è la parte “pubblica” dell’intervista, ovvero realizzata per l’autosomministrazione di chiunque abbia voglia di vedersela (attivate i sottotitoli in italiano e segnalatemi eventuali correzioni).

Ho poi girato anche del materiale pensato per un uso in ambiente facilitato, una parte specifica per il lavoro sperimentale che con ANCI Emilia Romagna facciamo con gli amministratori pubblici, i tecnici, ecc. e una orientata a transizionisti con un bel po’ di lavoro interiore già macinato (direi che con il gruppo trainers di Transition Italia valuteremo come meglio utilizzarle).

Ci tenevo molto a fare questo lavoro con lui proprio perché è uno dei pochissimi climatologi che si azzarda a superare i vincoli di espressione che il ruolo accademico impone. È anche caratterizzato da quella pragmaticità britannica che è uno dei tratti di fondo dell’approccio di Transizione ed è con questo spirito che affronta anche i temi “difficili” come la geoingegneria o il nucleare. Come scoprirete all’inizio dell’intervista, la sua è una storia un po’ particolare, non è nato “professore” e credo che questo faccia un po’ la differenza.

Anderson è stato di una disponibilità incredibile e, in verità, lui non ha messo alcun limite all’uso del materiale anche quando quello che dice è decisamente doloroso. È una persona che ha raggiunto una consapevolezza profonda rispetto a questa incredibile fase storica, ha una visione sistemica molto ampia ed è riuscito a raggiungere una relativa pace interiore nonostante tutto.

Chiacchierare con lui mi ha aiutato parecchio, credo che tutte le persone più consapevoli si chiedano un giorno sì e uno no (o magari anche tutti i giorni) se vale ancora la pena di impegnarsi per il cambiamento, visto che è possibile che si siano già superati molti margini di sicurezza. Allora ogni tanto è importante trovare nella relazione con qualcuno che è al tuo stesso livello di comprensione dei problemi delle ragioni per non lasciare andare tutto.

Quindi direi che per il momento la risposta è no, non è ancora tempo di tirare i remi in barca, si può ancora fare tutto e si deve provare a farlo perché è giusto, perché è importante, perché è incredibilmente interessante e divertente. Troviamo il coraggio.

Cowspiracy e i mattoni per costruire una posizione assolutista

Salve a tutt*,

pubblico qui questa mia fatica di traduzione per diversi motivi. La complessità dovrebbe portarci ad evitare le soluzioni univoche e valide per tutt* ed ovunque. Negli ultimi tempi noto una montante diffusione di posizioni assolutiste riguardo alle scelte alimentari. Essendo il tema particolarmente controverso e complesso, ho deciso di tradurre questo lunghissimo articolo di critica al film documentario “Cowspiracy”.

Al suo interno ci sono numerosi spunti di riflessione sulla complessità del tema e che spesso non si riescono ad esprimere nemmeno in una lunga conversazione. Non che ci sia tutto, nonostante la lunghezza, ma già questo dà l’idea di come una posizione univoca nel campo della produzione e del consumo di cibo sia da evitare. Il mio intento, come quello di chi ha scritto l’articolo, non è quello di provocare i sostenitori del veganesimo, dei quali rispetto la sensibilità e la scelta, ma quello di mettere in campo la natura complessa e controversa del tema, soprattutto a beneficio di chi non ha fatto (o non ha fatto ancora) scelte in questo senso.

Il mio ‘take’ su questo tema, riassunto in poche righe, è questo: riduciamo quanto più possibile il consumo di carne, ma non dimentichiamo che gli animali sono imprescindibili nei cicli biologici e quindi anche nei sistemi agricoli. Ovviamente mi prendo la piena responsabilità, pur non essendo miei i contenuti dell’articolo, di quanto detto nel testo. L’articolo è lunghissimo, tuttavia mi sento di consigliare di leggerselo tutto, anche a rate.

Buona lettura.

Da “Dailykos”. Traduzione di MR 


Di Finchj

Cowspiracy- il segreto della sostenibilità, un documentario che esplora apparentemente gli effetti del bestiame sull’ambiente, è stato realizzato sette mesi fa. In qualche modo, forse a causa del fatto di essere un espatriato, mi sono perso il trambusto che ha generato. Le recensioni di solito hanno vita breve. Dopo che il furore iniziale si è placato, l’opinione pubblica di solito passa all’argomento successivo. Rendendomi conto di questa realtà, ma volendo comunque condividere i miei pensieri sul film e i suoi temi, ho optato per scrivere una risposta dettagliata piuttosto che una recensione. Cowspiracy è più di un semplice documentario che cerca di spezzare il silenzio delle organizzazioni ambientaliste su questi problemi. La conclusione del film non ha niente a che fare con la riforma di queste organizzazioni basate sull’appartenenza. Piuttosto, viene offerta una panacea: l’adozione globale di uno stile di vita vegano come “il solo modo di vivere in modo sostenibile ed etico su un pianeta con 7 miliardi di altre persone”. [-Kip Anderson 1:26:55 (1) Grassetto mio] Continua a leggere

Come è andato il Corso di Facilitatore della Transizione

Come preannunciato in un articolo in ottobre, novembre e dicembre a Bologna si è svolto il Corso di Facilitatore della Transizione.

Corso facilitatore della transizione gruppo testa-cuore-mani

A Bologna e dintorni in questi ultimi anni sono nate numerose iniziative locali di transizione (Monteveglio, Quartiere Lame di Bologna, San Lazzaro, Budrio, Pianoro, Calderara, San Giovanni in Persiceto, Bologna Dentro Porta, Funo) ed una iniziativa universitaria (Terracini in Transizione ad Ingegneria).  Oltre a questi gruppi, è sorto anche uno spazio di connessione, condivisione e supporto a livello provinciale denominato CAT Bologna (Centro di attivazione della Transizione) e poi evoluto in Comunità Bolognesi in Transizione.  Per portare avanti queste iniziative tante persone si sono cimentate nell’impresa di facilitare un gruppo “guida”, gruppi tematici, progetti concreti, nuove attività imprenditoriali.  Spesso questa impresa si è rivelata difficile, piena di sfide da superare ed ha richiesto l’apprendimento di nuovi metodi e strumenti.  Ma non è facile, per chi svolge questa attività nel tempo libero come forma di volontariato, avere il tempo e la motivazione necessaria per studiare e sperimentare nuovi approcci.

Per questo è nata l’esigenza di mettere a disposizione un percorso di formazione per tutti coloro che stanno sperimentando iniziative di transizione e che desiderano approfondire questi tematiche e grazie alla collaborazione con ASTER e la Climate KIC è nato il Corso di Facilitatore della Transizione.

Continua a leggere

#COP21 9/12/2015 – cosa e quanto manca all’accordo

Luca Lombroso da Parigi

COP21 9/12/2015 – cosa e quanto manca all’accordo

Oggi, per non stancarmi troppo in vista dei round finale, ho deciso di concentrandomi sul seguire un paio di side event e di non stare a oltranza in plenaria alla sera, per vedere qualcosa di Parigi.


 
Il primo, “meat: the big omission from the talks on emission. Pubblic understanding and policy option” riguardava l’impatto della carne sui cambiamenti climatici e il fatto che è un argomento (come vedremo, non è il solo) fuori dai negoziati. Ne parlo in questa intervista-articolo, impressionante come ridurre del 30% il consumo di carne in Europa avrebbe un impatto di riduzione emissioni del 15-20%! E come g!uardiamo il dito, l’imballaggio, e sfugge la luna, il prodotto, che è il vero impatto ambientale- Insomma, acquistare carne al supermercato il problema non è la vaschetta ma la bistecca!
Event-flyerIl secondo, “”building a resilient Pacific through effecctive weather climate and early warning system” riguardava un sistema di allertamento meteo e di early warning system come fattore di resilienza e adattamento nelle isole e zone dell’Oceano pacifico più vulnerabili, come Isole Tonga, Vanuatu, in collaborazione col servizio meteo finlandese. Si è parlato della formazione e coinvolgimento della comunità, a partire dalle scuole, attrezzate con strumenti e info meteo varie. Alla fine non ho resistito dal fare due domande, una meteo “come affrontano il problema, che avviene in Italia, delle sempre più frequenti piogge intense in breve tempo con conseguenti flash flood”, la seconda provocatoria, chiedendo se anche da loro il meteorologo rischia le manette o la gogna pubblica… potevo chiedere se esistono le #meteobufale! Domande sostanzialmente senza risposta, salvo qualche sorriso e ironia!
Quanto ai negoziati, è uscito un nuovo testo, sono calate le parentesi e opzioni, da oltre 1600 a un po’ più di 300, c’è l’ozione di 1.5°C ma questo articolo ci dice che per rispettarla dovremmo abbandonare i combustibili fossili entro il 2030! Gli umori sembrano buoni, tutti corrono come dei pazzi dentro il recinto della COP 21, fuori aumentano le forze di sicurezza, ma a quanto pare se sono tutti contenti in generale ognuno ha qualche malcontento o mugugno.
Negoziati a parte, elenco qua, per sommi punti, le cose che mancano nell’accordo o più in generale nei negoziati
• 12 miliardi di tonnellate di anidride carbonica negli INDC er stare entro i 2°C
• La questione della carne, come detto sopra
• Completamente assente ovunque, dai negoziati e dai side event, il picco del petrolio
• Altrettanto, nessuno parla di sovrapopolazione, sia che la intendiamo in senso stretto, sia intesa come sovrapopolazione di consumatori
• L’obsolescenza programmata e la progettazione per la discarica, ovvero limitare l’usa e getta
• Porre dei limiti al consumismo
• Tornando alla sostanza dei negoziati, ne sono esclusi completamente i trasporti internazioni navali e aerei, attualmente il 5% delle emissioni e in forte crescita
• La decrescita: ritengo impossibile attuare gli obiettivi UNFCCC garantendo nel contempo la crescita economica!
• I limiti del pianeta e delle risorse

Insomma, attendiamo la fine della conferenza, voci dicono che potrebbe finire come da programma venerdì, ma altre parlano di sabato o domenica o perfino lunedì, per giudicare; probabilmente da Parigi qualcosa uscirà, ma come ben sappiamo quello che fanno i governi e i potenti arriva  tardi, ed è insufficiente, il resto tocca a noi.

Luca Lombroso

Osservatorio geofisico Dief UNIMORE

Obsèrver in delegazione FLA Fondazione Lombardia per l’ambiente

Ps: Le opinioni qui espresse sono, naturalmente, a titolo personale; scusate eventuali refusi dovuti alla tastiera tablet e alla stanchezza!

 

Lombroso da Parigi COP 21 giorno 2

Lombroso da Parigi COP 21 giorno 2

12345492_10208284063928328_7016691785608492107_n

Seconda giornata che prendo un po’slow, ieri il primo giorno e’stato subito ricco di impegni e di side event, ma forse devo ancora ambientarmi qui al grande centro Le Bourget. La mattinata e’volata, dopo alcuni incontri con amici vari, sbirciando qualche side event ma senza focalizzarmi su nulla di particolare.
Sara’che invecchio, ma anche se non sono certo un veterano delle COP mi sembra di sentire le stesse frasi, tipo “e’ la nostra ultima occasione buona”, “il tempo sta scadendo”, “le future generazioni ce ne chiederanno conto”, di Copenaghen e delle alter COP a cui ho partecipato. Sara’la (s)volta buona per il clima?
Dipende. In positivo c’e’consapevolezza e unanimita’ dei 196 aderenti all’’ÚNFCCC e tutti, in modo o nell’altro, qualche impegno se lo assumono. Ieri no ho seguito direttamente I negoziati, ma mi sono dedicato a pubbliche relazioni e ho visitato il non meno interessante spazio della società civile, Generation Climate, incontrando varie persone e vedendo varie esperienze di buone pratiche.
Poi, a sera, rientrato in Hotel dove oggi la prendo calma in vista delle prossime giornate che saranno senz’altro intense, leggo con piacere la novità. “un fulmine scuote Parigi”, scrivono gli amici di Italian Climate Network, e in effetti ieri è pure piovuto parecchio e forte, quasi fosse un monito. Altre notizie le trovate sul Guardian, insomma pare che si vada verso un accord forte, politicamente vincolante, con controlli periodici degli obiettivi. Non entro nelle parti tecniche, confesso che rigetto ora ancor più la burocrazia e dintorni. Interessante che pare vengano recepiti anche gli 1.5°C di Massimo riscaldamento planetario a lungo termine, ma diciamolo francamente come fatto simbolico, perchè ormai personalmente la vedo dura rispettare I 2°C, figuriamoci già 1.5°C!
Infatti, l’altra faccia della medaglia e’che gli impegni assunti con gli INDC da oltre 100 Stati, come si sapeva, sono largamente insufficienti anche per rispettare i 2°C gradi; come dicevo ieri dal GAP report, mancano alla conta 12 miliardi di tonnellate di CO2.
Robetta insomma, dove trovarle o meglio tagliarle? I governi, l-ONU e l-UNFCCC qui passano la palla al livello subnazionale (regioni e citta’in particolare), alle imprese, e soprattutto alla societa’civile. Insomma, come si dice in transizione, I Governi non agiranno o se lo fanno sarà tardi e insufficiente, e come sappiamo l’azione del singolo, importante, è comunque insufficiente.
Dunque, ampio spazio anche per le azioni della transizioni. Tocca noi insomma, alle comunità, dovremmo, propongo (se già non è stato fatto) di fare i “conti della lavandiaia” di quante emissioni si stanno tagliando coi progetti in corso, quante ne possiamo ancora tagliare con quelli futuri e quante ne mancano al conteggio finale. E, perche’no, anche pensare a una sorta di INDC

Luca Lombroso

Osservatorio geofisico Dief UNIMORE

Obsèrver in delegazione FLA Fondazione Lombardia per l’ambiente

Ps: Le opinioni qui espresse sono, naturalmente, a titolo personale; scusate eventuali refusi dovuti alla tastiera tablet e alla stanchezza!

lombroso giorno 1 da #cop21

Luca LOMBROSO da Parigi il 7 dicembre 2015

11222408_10208276951270516_597905246344878157_n 12289528_10208275796881657_5243906665868563113_n 12299133_10208276118329693_6225105564783524537_npicturepicture2picture3

Buongiorno a tutt*

Condivido qui le impressioni del primo giorno partecipazione a questa avvincente e cruciale COP21.

Nei limiti del possibile vi aggiornerò anche nei prossimi giorni, seguite il post in www.lombroso.org per la mia “rassegna” di post e interviste.

Come sempre entrare in una COP é “entrare nel mondo”, a contatto con 195 paesi; stavolta qua a Parigi è veramente una COP enorme, organizzatissima ma anche inevitabilmente dispersiva, si cammina tanto fra le varie aree (e che ancora non sono andato a Climate generation) fondamentali scarpe comode, ma delicate, anche per non pestare troppo il nostro pianeta già maltrattato.

Appena entrati a questi grandi vertici sul clima, quel che viene da chiedersi é: ma chi sono tutte queste persone ? Che fanno e perché sono qui? sono veramente tutti venuti salvare il pianeta?

Si ci sono attivisti del clima e ambientalisti di varie associazioni,popoli indigeni, i giovani, organizzazioni scientifiche, ecc, ma sono veramente tante le ONG accreditate fra gli “obsèrver”, oltre 1100 ONG secondo l’elenco dei partecipanti dell’UNFCCC, incredibile che ci si frammenti in 1106 associazioni se l’obiettivo, contenere il global warming entro i famigerati 2 gradi, è comune!

A queste si aggiungono le delegazioni governative e ministeriali dei 195 Stati più Unione Europea e due Stati osservatori (Santa Sede e Palestina), e i giornalisti, per un totale di 36276 persone accreditate.

Palesa dunque agli occhi il famigerato effetto valigetta: quanti di questi sono qui veramente per salvare il mondo? E quanti semplicemente perché è il loro lavoro, per promuovere il loro prodotto come “salva mondo”, la loro causa o interesse personale o corporativa, ecc?

Manca a mio avviso personale la famigerata vision sistemica transizionista, e so già che il tema picco del petrolio é completamente assente dai negoziati. Due buoni motivi però per cercare di portarli, anche dentro il “recinto” della conferenza ONU.

Prendiamo per buono che, sia pure con sfaccettature non sempre transizionista, il termine resilienza è ormai presente in molti side event,conferenze e altro e anche in interventi ad alto livello.

Ma veniamo alla prima giornata, si inizia al solito con le pratiche burocratiche,dopo i controlli di sicurezza, gli stessi aeroportuali, giustamente attenti e approfonditi, tutto fila liscio, ma ho sempre a mente la disorganizzazione e le code di Copenaghen.

Per prima cosa inizio con una presa di confidenza degli spazi, logistica, sale side event, che hanno profumati croissant e ricchi buffet, attenti però all’ambiente, prevalgono ncibo bio il più possibile locale, anche vegetariano e vegano.

L’esposizione è veramente ricca di stand e cose interessanti, ma ci dedicherò poi tempo e raccolta di materiale con calma.

Poi è la volta del primo side event, segnalatomi da FOCSIV, un side organizzato da Caritas internazionale “Deal with it! People, Rights, Justice”, l’accordo con noi, gente, diritti, giustizia. Relatori Rt. Hon Nicola Sturgeon MSP, First Minister of Scotland, Julianne Hickey, Caritas Aotearoa New Zealand, Ivo Poletto, REPAM (Pan-Amazonian Ecclesial Network), Asad Rehman, Friends of the Earth International, moderatore Nick Clark, Senior Environment Correspondent, Al Jazeera

Si parlato di come l’accordo, che dovrà essere forte e politicamente vincolante, debba tenere conto dei diritti umani, il che, incredibile, pare che non sia cosa scontata.

Julianne Hickey parla degli impatti in Oceania, in particolare cicloni tropicali e aumento del livello del mare, per queste zone i cambiamenti climatici non sono una questione economica ma di sopravvivenza!ecco perché gli stati insulari chiedono di riconoscere come target di massimo riscaldamento planetario non 2ºC bensì 1.5ºC.

Particolarmente appassionato l’intervento di Ivo Poletto, REPAM (Pan-Amazonian Ecclesial Network) che parla di bioma dell’Amazonia e cambiamenti climatici, e ricorda la grave siccità in Brasile e a San Paulo. Molto critici i suoi interventi sulla falsa soluzione di mitigazione dei biocarburanti e le grandi dighe idroelettriche spacciate come energia pulita. Racconta come una sola diga inonderà 729 km2 con una parete alta come un edificio di 18 piani,affetterà la vita di oltre 20000 indigeni minacciando il loro stile di vita tradizionale il governo procede senza coinvolgerli e senza consultarli.

L’accordo, dice, dovrà avere un quadro internazionale che garantisca la biodiversità e la vita dei popoli indigeni in Brasile e i fondi di finanza climatica devono appoggiare e garantire i popoli indigeni recuperando foreste e garantendo il bioma dell’Amazonia, senza false soluzioni come biocarburanti e grandi dighe.

Nicola Sturgeon MSP, First Minister of Scotland si esprime per un accordo forte e politicamente vincolante e dice che la Scozia ha istituito un fondo per la giustizia climatica.

Tutte cose, mio commento, sacrosante e che dovrebbero essere scontate, sostanzialmente le stesse che si dicevano a Copenaghen nel 2009, speriamo dunque sia la volta buona!

Ma se è la volta buona ce lo dovrebbe dire il “GAP report”, side event che presenta lo studio dell’UNEP agenzia ambiente delle nazioni unite che valuta le emissioni passate e future in relazione al target di contenere il global warming entro i due gradi al 2100 e rispetto all’era preindustriale. Il report di quest’anno, la novità, tiene conto degli INDC, gli intenti o meglio promesse, dato che sono volontari, di riduzione delle emissioni presentate da oltre 140 nazioni pari al quasi il 90% delle emissioni.

Emerge così che 12 GtCO2 al 2030 (robetta insomma, 12 miliardi di tonnellate di anidride carbonica!) al percorso per la decarbonizzazione che peraltro ci darebbe solo il 60% di probabilità di evitare i famigerati due gradi. Si accenna anche agli 1.5ºC, perché per molti stati i 2ºC non sono sufficienti a evitare impatti devastanti!

I relatori, fra cui il segretario UNEP Achim Steiner, appaiono però ottimisti per il fatto che qui per la prima volta si vedono impegni da tutti, ma qui la stanchezza e il mio inglese arrugginito dall’uso del francese, dello spagnolo (e dal dialetto modenese) prende il sopravvento insieme alla fame, mitigata dal buffet ecosostenibile, quasi transizionista con le stoviglie di porcellana e acciaio lavabili.

Dopo una pausa caffè e qualche chiacchiera vado a vedere la sala della plenaria, dove si svolge la sessione alto livello in cui parlano i ministri. il ministro dell’ambiente italiano Galletti, che era sul mio stesso volo, parlerà martedì mattina, fra i primi, verso le 10-10:39 direi.

La sala plenaria Seinne, la principale, é veramente enorme, 2000 posti, e bella,entro mentre parla Excellency Mr. Yeshey Dorji, Minister of Agriculture and Forests and Vice Chair of National Environment Commission of Bhutan

Il piccolo stato tibetano è l’unico che ha presentato un INDC giudicato “adeguato” da Carbon Tracker per il target dei due gradi, il Ministro dell’agricoltura del Bhutan dice che hanno adottato come parametro di sviluppo la felicità interna anziché il PIL e che si esprimono per un accordo forte e politicamente vincolante

Alle 16:45 passo al side event Driving climate action through the Compact of States and Regions and the Under2MoU. Organizzato da Climate groupe, a cui a cui aderisce anche la Fondazione Lombardia per l’ambiente che gentilmente mi ospita in delegazione in collaborazione con l’osservatorio geofisico del Dief UNIMORE.

UNDER2MOU, a cui hanno aderito Lombardia ed Emilia Romagna, è un accordo che coinvolge molte regioni che si impegnano, volontariamente, alla decarbonizzazione è cruciale per l’obiettivo due gradi. Rientra quindi nella c.d. “Agenda delle soluzioni”, le azioni sub nazionali a cui molto si fa affidamento per colmare il famigerato GAP nelle emissioni.

Intervengono vari premier e governatori di grandi regioni industrializzate, fra cui stato di Washington, Catalonia, paesi Baschi e Jabisco (Messico). anche qui parla Nicole Sturgeon, primo ministro Scozia, che ribadisce che è per un accordo forte e vincolante.

Edward Senzo Mchuno, premier Kwazulu Natal (Sudafrica) ricorda però che bisogna ancora dare elettricità a 300 milioni africani e va fatto con energia pulita,ma per far questo servono aiuti economici e tecnologia.

Per chiudere la serata, incontro nel suo hotel l’amico meteorologo cubano JOSE Rubiera, una chiacchierata del più e del meno, poi breve passeggiata digestiva e rientro in hotel a riposare in vista di domani che si preannuncia nuovamente una giornata full, impegnativa e interessante.

Ah i negoziati? Quel che conta si svolge a porte chiuse, difficile fare previsioni, ma già ci si aspetta che proseguano oltre i tempi regolamentari, oltre venerdì e fino a sabato o addirittura domenica.

Luca Lombroso

Osservatorio geofisico Dief UNIMORE

Obsèrver in delegazione FLA Fondazione Lombardia per l’ambiente

Ps: Le opinioni qui espresse sono, naturalmente, a titolo personale; scusate eventuali refusi dovuti alla tastiera tablet e alla stanchezza!

Salve a tutt*

se domani vi doveste trovare in zona Firenze forse vi potrebbe interessare questa iniziativa alle Murate. Dalle 17 alle 20 (circa) ci saremo anche io ed Ugo Bardi a parlare un po’ di clima. Prima Ugo ce ne parlerà in termini scientifici, poi faremo un World Café per ipotizzare insieme qualche soluzione. Il programma completo dell’evento lo trovate qui. Grazie a Valentina ed Ornella per averci invitato. A domani, se volete.

12289642_10153761006604521_1281370814918672507_n

Vari #allertameteo

00_DWD_Boden+48-20498Dopo alcuni giorni di tempo prevalentemente stabile, ecco che col ritorno delle perturbazioni atlantiche, oltre alle piogge, tornano anche gli allerta meteo. Nella fattispiecie, avanza una perturbazione atlantica, in parte rallentata da un anticiclone stazionario sull’Europa centro-orientale, una perturbazione tipicamente autunnale, ma che trova ancora mare e anche atmosfera calde, surriscaldate, e un territorio come sappiamo reso vulnerabile da dissesti e mancanza di prevenzione e manutenzione, oltre che da cementificazione e urbanizzazione. Insomma, un mix di cause, climatiche e di territorio, ma infine tutte umane, rendono più intense le piogge e più vulnerabile il territorio.

Una premessa è d’obbligo: per varie ragioni “storiche” in Italia il sistema di allertamento, così come i servizi meteo regionali, non è omogeneo. A fianco della “vigilanza meteo” del Dipartimento della Protezione Civile, ogni regione emette i suoi allerta, spesso pensati per il complesso funzionamento della macchina burocratica. In questa pagina ci sono i link ai vari servizi regionali e ai vari tipi di allerta, ma come vedete ci sono varie lacune. Ho partecipato ultimamente a vari incontri, a Pisa all’internet festival e a Trento al Festival della meteorologia in cui se ne è parlato, ci saranno probabilmente novità, ANCI nazionale sta chiedendo di uniformare il sistema, ma appare improbabile per non dire impossibile costituire una agenzia nazionale di meteorologia, per cui l’unica strada sarà quella di cercare di mettere a sistema l’esistente nel “servizio meteorologico nazionale distribuito”.

situazione per mercoledì 28 ottobre 2015 dal bollettino di vigilanza del Dipartimento centrale della Proteizione Civile

situazione per mercoledì 28 ottobre 2015 dal bollettino di vigilanza del Dipartimento centrale della Proteizione Civile

Nell’attesa, bisogna imparare a usare quel che c’è, l’informazione non manca ma è sparsa nella rete e spesso difficile da comprendere, anche perché livelli e scale di allertamento sono diversi anche fra regioni confinanti. Dobbiamo dunque necessariamente far tesoro, e migliorare, l’esistente, e perchè no anche nelle comunità in transizione pensare a creare un “cerchio grandi rischi” per aumentare la resilienza agli eventi estremi.

Proviamo a fare una sintesi, e linkare, alcuni (quadro non certo esauriente) degli allerta emessi in alcune regioni

12186447_10208133529999232_2572145934019693067_o

Emilia Romagna: allerta n.94 livello uno ( su due, per temporali nelle aree dell’Appennino emiliano e pianura occidentale per mercoledì 28 ottobre. Qui su Emilia Romagna Meteo un approfondimento.

12049570_1511040752542909_2900096092274605259_n

Liguria: allerta gialla (scala giallo, arancio e rosso per le piogge, solo giallo e arancio per i temporali) per piogge e temporali, su tutta la regione

Schermata 2015-10-27 alle 17.51.15

Toscana: allerta gialla per temporali e rischio idrogeologico su tutta la regione per mercoledì 28 ottobre

 

Cosa significa praticamente? Il livello giallo, e il livello 1, sono i più più bassi delle relative scale, in linea di massima il rischio non è alto come in altre circostanze, e i fenomeni non sono diffusi su vasti territori, ciò nonostante è doveroso ricordare che i temporali sono difficili da prevedere nella loro localizzazione e intensità. Aree circorscritte insomma (un paese, un singolo quartiere di una grande città, talora una città intera, possono essere interessate da fenomeni potenzialmente dannosi o pericolosi. In qualche caso, vedi alluvione di Piacenza, ci scappa anche l’evento estremo.

Che fare? Naturalmente le singole decisioni spettano alle pubbliche amministrazioni, e il consiglio è di accettarle, rispettarle e prenderle con filosofia: meglio un eccesso di prudenza, che rimpiangere le vittime! Individualmente, riprendo quanto pubblicato su Emilia Romagna Meteo: nel continuare la vita abituale è opportuno fare massima attenzione a quel che avviene intorno e cade dal cielo, e tenersi pronti, se necessario, a modificare le proprie abitudini o impegni. Una consultazione delle indicazioni della campagna #iononrischio è sempre opportuna e utile, se già la conoscete, rileggete e ripassate: rischio alluvioni e rischio temporali. Poi,. È chiaro se qualcuno si chiede “ma posso andare/fare/ ecc?” che gli spostamenti inutili o non necessari per la vita/lavoro andrebbero evitati comunque per tante altre ragioni, o quanto meno pianificati tenendo conto delle condizioni meteo. Tanto per fare un esempio, che gusto c’è ad avventurarsi in alta montagna o uscire in mare aperto col maltempo?