Rob Hopkins su Maugeri, Monbiot e la ‘fine’ del Peak Oil

Salve a tutte/i,
ho pensato che fosse una cosa importante tradurre questo articolo di Rob Hopkins da Transition Culture e di proporvelo.
E’ molto lungo e ci sono anche molti riferimenti, quindi prendetevela comoda. Ho anche privilegiato la tempestività alla precisione, quindi vi chiedo scusa per eventuali errori e refusi. L’articolo di Rob è anche un compendio di molti altri articoli interessanti su questo tema, tema che è stato portato in auge da uno studio di Leonardo Maugeri (ex dirigente ENI) e ripreso da George Monbiot in modo un po’, come dire,  fideistico. Vi segnalo anche alcuni articoli in inglese e italiano (quiquiquiquiqui e qui) che non compaiono come riferimenti nell’articolo di Rob e che integrano anche con una panoramica sul gas di scisti, che hanno un tipo di estrazione analoga e analoghi problemi correlati.

Spero che tutto ciò possa aiutare a fare chiarezza e a non farsi attrarre dalle sirene dei combustibili fossili senza limiti (e il riscaldamento globale?). So bene che la Transizione è un processo che vale la pena di vivere anche se ci fosse petrolio infinito, ma credo sia giusto che chi non vede ancora la bellezza di questo processo non si illuda di poter continuare come ha sempre fatto e che possa presto comprenderne l’importanza vitale. L’articolo di Rob e gli altri segnalati da me a da lui stesso non pretendono di essere esaustivi, ce ne sono sicuramente molti altri e forse di migliori, ma a quel punto comincia la vostra di ricerca.

Buona lettura

Alcune riflessioni di Transizione sull’annuncio di George Monbiot che “sul picco del petrolio ci eravamo sbagliati”

Da Transition Culture del 5 luglio 2012. Traduzione di Massimiliano Rupalti

George Monbiot ha annunciato lunedì sul Guardian che “ci eravamo sbagliati sul picco del petrolio. Ce n’è abbastanza per friggerci tutti “, un articolo che concludeva “il picco del petrolio non è arrivato ed è improbabile che arrivi per un tempo molto lungo”. Diverse persone mi hanno scritto e mi hanno persino fermato mentre facevo la spesa per chiedermi il mio punto di vista sul suo pezzo, quindi eccolo qua. E’ stata una cosa difficile da scrivere, poiché durante il tempo che ho impiegato sono state pubblicate davvero tante altre analisi interessanti dello stesso articolo, a molte delle quali cerco di fare riferimento qui. In poche parole, penso che il pezzo di Monbiot abbracci una posizione super ottimistica sul picco del petrolio e ci sono cose nel suo pezzo con le quali sono in disaccordo ed altre con le quali concordo, anche se per il momento non mi considero un esperto di picco del petrolio. Ciò che egli suggerisce è un ripensamento nei termini in cui presentiamo il picco del petrolio. Cominciamo con le cose con le quali sono in disaccordo.

Prima di tutto, vorrei mettere in discussione l’idea che sia in qualche modo un fatto nuovo per qualcuno che ci siano enormi quantità di idrocarburi ancora non sfruttati nel mondo. Mi sono interessato per la prima volta al picco del petrolio nel 2004, quando ho incontrato il Dr. Colin Campbell e l’ho sentito parlare. Qui (a destra) c’è uno dei grafici provenienti da quella conferenza. Mentre la forma del picco in sé è risultata essere in realtà più un plateau che un picco come in questo grafico, quello che voglio notare qui è la dimensione della seconda parte dell’Età del Petrolio, la parte in discesa. E’ enorme, così grande da non entrare nel grafico di Campbell.
Come ho menzionato su the Transition Companion, come in una partita di calcio, l’era del petrolio è stata “una partita in due tempi” (vedi immagine sotto).

Il primo tempo è stato caratterizzato prevalentemente da petrolio facile da trovare e da raffinare. Il secondo tempo è quello che Michael Klare chiama “L’Era dell’Energia Estrema”, sabbie bituminose, fracking e così via. Monbiot scrive come se l’idea che “c’è abbastanza petrolio da friggerci tutti” fosse una specie di rivelazione per il mondo del picco del petrolio, come se tutti avessero ciecamente presupposto che picco del petrolio significasee che il cambiamento climatico venisse cancellato. Non sono sicuro se mi sono perso qualcosa e sono l’unico fra i picchisti, ma ho sempre pensato che non sia così. Per fortuna, almeno Sharon Astyk condivide questo punto di vista sulle cose e scrive “nessuno che abbia quattro cellule cerebrali da strofinare insieme ha mai pensato che il picco del petrolio ci possa fare uscire dal cambiamento climatico. Visto il consenso emergente sul fatto che 350 ppm possano rappresentare un punto di non ritorno critico, c’è molto poco dibattito su questo tema da parte degli studiosi credibili, proprio perché sappiamo di attraversare quel limite, perché lo abbiamo fatto”.

Monbiot fa riferimento ai “mostruosi depositi negli Stati Uniti: una stima indica che gli scisti di Bakken in Nord Dakota contengono tanto petrolio quanto ce n’è in Arabia Saudita”. Tuttavia, si sapeva di questi depositi da molto tempo e, se non vado errato, sono compresi nel grafico di Campbell. La differenza è che ora le tecnologie per estrarli sembra essere arrivata prima del previsto. E’ importante, comunque,  non farsi prendere troppo la mano, come sostengono quelli di Automatic Earth nel loro post ‘Il petrolio non convenzionale non cambia i giochi’.  A Bakken potrebbe esserci tanto petrolio quanto in Arabia Saudita, ma tirarlo fuori è un’altra cosa. Estrarre petrolio di giacimenti sauditi è stata una passeggiata, come bere cioccolato caldo con una cannuccia  in confronto a Bakken, che è più come cercare di estrarre la stessa quantità di cioccolato da una barra o da un dolcetto al cioccolato. E’ un processo totalmente diverso. In più, come suole dire Bill McKibben, quando abbiamo cominciato a estrarre il petrolio in Arabia Saudita non sapevamo del cambiamento climatico. Questo è un lusso che non ci possiamo permettere mentre misuriamo la quantità di petrolio da scisti e di sabbie bituminose.

Estrazione di gas di scisti a Lancashire

L’articolo di Monbiot, per come l’ho letto, si riferisce alla capacità di estrarre petrolio dalle riserve, non di un qualche aumento significativo delle stesse. Egli ignora anche l’intera faccenda dell’ Energy Return On Investment (EROI, oppure Energy Returned on Energy Investment EROEI) di questi petroli non convenzionali (secondo Richard Heinberg, le sabbie bituminose hanno un EROEI di 5.2:1 – 5.8:1 e il petrolio da scisti di 1.5:1 a 4:1, e Automatic Earth ha qualcosa di interessante da dire sull’EROEI), che sono un argomento chiave contro l’idea che il petrolio estratto in questo modo sia comparabile al petrolio del primo tempo dell’era del petrolio, che in confronto può sembrare un combustibile verde e pulito.

Quindi ecco il fondamento sul quale si basa l’articolo. E’ deludente che Monbiot, che ha scritto in precedenza in modo così incisivo sul picco del petrolio (per esempio qui, qui e qui) abbia in modo così risoluto e pubblico deciso che tutta l’idea fosse un nonsense, specialmente se si guarda alle basi del suo voltafaccia. Il tutto sembra basarsi completamente su un nuovo rapporto dell’Università di Harvard intitolato ‘Petrolio: la Prossima Rivoluzione: la crescita senza precedenti dalla capacità di produrre petrolio è ciò che significa per il mondo’. Il rapporto è stato scritto dal dirigente petrolifero Leonardo Maugeri e, nonostante la possibilità che potesse essere incline verso un punto di vista in qualche modo ottimistico, sembra che Monbiot non lo abbia considerato.

In questo rapporto è stato anche il soggetto di un articolo di David Summers su The Oil Drum (qui la versione tradotta in italiano pubblicata su REA, ndT.) che ha messo in discussione molti degli assunti fondamentali del rapporto, concludendo “abbastanza, già! Ci sono troppe assunzioni irrealistiche perché valga la pena di spenderci altro tempo”. Sharon Astyk riassume alcune delle preoccupazioni chiave di Summers “compresa la capacità di produzione che l’Arabia Saudita ha dichiarato ma mai dimostrato, un enorme balzo nella produzione petrolifera irachena, che tutti dicono accadrà da un giorno all’altro dal 2003 ma che non è ancora accaduta, e un sacco di esagerazioni della produzione da scisti statunitense”.

Quindi, qui c’è l’idea che in qualche modo il picco del petrolio è stato disastrosamente fuori bersaglio in termini di previsione, che tutta questa attività sia stata una totale perdita di tempo. Monbiot dichiara che “alcuni di noi hanno fatto previsioni vaghe, altri più specifiche. In ognuno di questi casi stavamo sbagliando”. Be’, più o meno. Come ha indicato di recente Richard Heinberg, anche se le previsioni sono sempre una scienza molto inesatta, sono stati i ‘picchisti’  in realtà ad essere molto più precisi nelle loro previsioni che i cornucopiani del calibro di Daniel Yergin.

Uno studio recente del IMF, ‘Il futuro del petrolio: geologia contro tecnologia’, che è stato realizzato per vedere cosa ha guidato i cambiamenti nel prezzo del petrolio durante i 10 anni scorsi, ha concluso che gran parte di quelle fluttuazioni di prezzo possono essere spiegate dall’esaurimento, al di sopra di ogni altra spiegazione. Chiaramente, prevedere la futura disponibilità di petrolio e il suo prezzo sarà sempre un esercizio aleatorio, ma nonostante la lista delle previsioni sbagliate di Monbiot, la mia sensazione è che il movimento del picco del petrolio è stato comprovato in qualche modo. Per esempio, come ha recentemente notato la International Energy Agency (IEA), il petrolio convenzionale ha raggiunto il picco nel 2006 e si trova in forte declino da allora, quindi la necessità di petrolio non convenzionale col quale, a meno che non devi, non vorresti mai avere a che fare, date le sfide e i costi per la loro estrazione, a meno che tu non abbia altre opzioni, a meno che l’era del petrolio facile non fosse veramente finita. La domanda in sospeso è se il petrolio non convenzionale può coprire il vuoto lasciato dall’esaurimento del petrolio convenzionale e, secondo me, nonostante tutto quello che c’è scritto nell’articolo di Monbiot, questa è ancora la domanda chiave rimasta senza risposta.

Nel complesso, ho pensato che Dave Cohen lo abbia colto bene un po di tempo fa in un post su The Oil Drum:

“Ci sono fondamentalmente due schieramenti sul picco globale della produzione di petrolio.
• Cornucopiani — Non solo il bicchiere è mezzo pieno, è traboccante. Non sussiste alcuna minaccia o cose del genere sulla civiltà industriale. L’Età della Pietra non è finita perché abbiamo finito le pietre.
• I Doomer (catastrofisti) — Il bicchiere e mezzo vuoto e lo stiamo svuotando in fretta. Le civiltà industriali collasseranno presto perché non ci sarà petrolio sufficiente per continuare. Una nuova Età della Pietra è proprio dietro l’angolo.
Entrambe queste “scuole di pensiero” sono follemente sbagliate. Queste sono posizioni emotive cha hanno poco a che vedere con la Realtà. Naturalmente ci sono molti più Cornucopiani che non Doomer, perché l’irragionevole ottimismo è la posizione umana di default (errore) in tutti i campi, non solo per il petrolio. Posso demolire entrambe le posizioni in due frasi.
• I Cornucopiani non sanno come sottrarre.
• I Doomer non sanno come aggiungere.
Naturalmente, quando dico che queste persone non sanno aggiungere e sottrarre, sto descrivendo i requisiti psicologici di questi gruppi. I Cornucopiani non possono riconoscere che i giacimenti di petrolio raggiungano un picco e poi declinino e che la produzione globale di petrolio potrebbe fare lo stesso. I Doomer non possono riconoscere che la tecnologia, l’esplorazione e le guerre in Iraq, portino nuove risorse in circolo. In linea di massima, i membri di entrambi i gruppi non sanno un cavolo dell’industria globale del petrolio”.

Così, ora mi sposto sui punti dove sono d’accordo con Monbiot, o almeno su dove il suo post può attivare una conversazione utile. Si sente che l’argomentazione intorno al picco del petrolio è cambiata da quando è partita la Transizione nel 2005. Nel 2005 sembrava che fossimo sulla cuspide di un collasso dell’offerta, che domanda e offerta fossero sul punto di separarsi l’una dall’altra, che il petrolio a 200 dollari al barile fosse solo questione di pochi anni e che un cambiamento rapido e improvviso fosse inevitabile. Io credo che forse abbiamo sottostimato la resilienza, la ‘capacità di rimbalzare’ se volete, del sistema della crescita industriale, almeno nei termini della sua capacità di sviluppare nuove tecnologie di estrazione. In termini di gestione dei propri affari è un’altra storia.

Per come la mette Monbiot, “la correzione automatica – l’esaurimento delle risorse che distrugge la macchina che lo guida – che molti ambientalisti hanno previsto non accadrà”. Abbastanza giusto, ma il suo articolo tralascia di menzionare la terribile situazione economica che sta affrontando gran parte dell’Europa, che ha smorzato la domanda ed ha (temporaneamente) rimpiazzato il picco del petrolio come nostra limitazione chiave alla crescita. Questa è una sfida che sta solo per peggiorare, secondo me.

La IEA ha frequentemente avvisato che ogni crescita economica in Europa porterebbe ad un aumento nella domanda di petrolio, che farebbe deragliare quella stessa crescita. David Strahan, su Petroleum Review, cita Michael Kumhof, uno degli autori del rapporto IMF, quando dice “dobbiamo fare queste cose realmente costose e che incasinano l’ambiente solo per mantenerci stabili o crescere un pochino… non significa che il quadro è tutto rose e fiori”. La realtà è che piuttosto che non avere accesso al petrolio , per molta gente l’economia sta diventando così distorta che non se lo può permettere comunque.

Un’amica mi ha fatto visita dall’Irlanda la settimana scorsa. Mi ha raccontato di un vicino che 4 anni fa ha costruito una grande casa, grande quanto poteva permettere il suo mutuo in quei giorni di credito quasi frenato e a buon prezzo, ed ha installato un riscaldamento centralizzato a gasolio. Poi ha perso il suo lavoro e, mentre la moglie lavora ancora, lui ora fa l’apicoltore ed aiuta la mia amica con le sue api. E’ andato a trovarla l’altro giorno, in giugno, e durante il thè ha detto “questa è la prima volta che sono stato al caldo tutto il giorno”. Essi vivono in quello che 4 anni fa era un residenza desiderabile, ma che oggi è completamente inappropriata. Enorme. Fredda. Durante l’inverno vivono fondamentalmente in una stanza con un camino. Questo è solo in parte il risultato degli alti prezzi del petrolio, in qualsiasi modo siano provocati. In gran parte è il risultato della crisi del debito, una crisi che è appena cominciata. Non fa alcuna differenza per lui, comunque. E’ ancora al freddo ad ogni modo. Non c’è niente nell’articolo di Monbiot che scalderà la sua casa il prossimo inverno.

La domanda importante per me è: dove ci troviamo ora? Dove andiamo da qui? L’idea che la nostra sola opzione, se vogliamo evitare un rapido collasso, sia un’orgia di estrazione di petroli non convenzionali con ogni mezzo necessario è un’idea logica dal punto di vista del sistema della crescita industriale. Questa è la stessa miope mania che ha ridefinito lo sviluppo sostenibile con la ‘crescita sostenibile’ ed è dannatamente prona al ritorno della crescita a tutti i costi. E’ piuttosto come un coniuge violento che non può vedere altra opzione per il proprio partner che sé stesso, mentre nega psicologicamente a sé stesso i danni che sta facendo.

Tuttavia, visto da una prospettiva più olistica, non ha alcun senso. L’argomento “abbiamo sbagliato sul picco del petrolio” funziona realmente solo come qualcosa per cui emozionarsi se siete dei cornucopiani che credono anche che l’economia del libero mercato  e la deregulation siano la chiave per la crescita economica e la prosperità. Esso vi aiuta anche se credete che il cambiamento climatico sia una truffa, che, sfortunatamente, è ciò che fanno molti di coloro che argomentano che “il verde è la nuova religione” e che viviamo in un mondo di risorse abbondanti, gli epigoni di Nigel Lawson e del “razionale ottimista” Matt Ridley.

Abbracciare gli idrocarburi che definiranno il secondo tempo dell’era del petrolio, come la mette Monbiot, ci “friggerà tutti”. Il cambiamento climatico è comunque difficile che sia l’unico impatto. Kurt Cobb ha scritto di recente su come la corsa ai petroli non convenzinali ridurrebbe gli Stati Uniti a ciò che egli chiama “America Portaspilli”, citando una previsione di un ex ingegnere della EDA che entro 100 anni gran parte delle riserve di acqua potabile sotterranee saranno contaminate. In altre parole, una conseguenza del nostro muoverci nel “secondo tempo” dell’era dell’estrazione dei combustibili fossili è che, nella nostra disperazione, creiamo sfide sempre più difficili per noi e per i nostri discendenti.

Estrarre petroli non convenzionali necessita anche di un’enorme quantità d’acqua. Vengono fatti evacuare i popoli indigeni dalle loro terre ancestrali. Viene concentrato potere e denaro nelle mani delle aziende petrolifere e in quelle dei loro ricchi investitori. Vengono causati terremoti (la posizione del governo britannico sul fracking è “se causa terremoti, semplicemente ci fermiamo per un giorno, poi ricominciamo”). La nostra dipendenza dal petrolio rimarrà una vulnerabilità chiave per le nostre economie. Per come la mette David Strahan, “in questi giorni sia i consumatori sia i produttori hanno pregato per prezzi più bassi per mantenere le ruote dell’economia globale lontane dalla caduta ”. Possiamo sicuramente fare meglio di così.

La parte depressiva dell’articolo di Monbiot è la sensazione che ora che il potere si sta nuovamente consolidando nella mani dei dirigenti petroliferi, non riusciremo a liberarci dall’abitudine dei combustibili fossili in tempo. Suona come se avesse gettato la spugna. Quindi, da dove arriverà questo cambiamento? So che vi aspettate che io suggerisca che forse il movimento di Transizione potrebbe essere la risposta e non sbagliate, ma con una precisazione. Come ha  chiarito di recente Rio+20 e come la Transizione ha sempre dichiarato dal principio “se aspettiamo i governi sarà troppo tardi”. Credo più che mai che la guida per il cambiamento abbia bisogno di venire dalle comunità, dai cittadini, dalla gente comune che si mette insieme per fare qualcosa su questo. Sto pensando di chiamare il mio prossimo libro “Il brivido di fare semplicemente le cose”, perché penso che alla fine si tratti di questo.

Fracking, petroli da scisto, petroli pesanti, sono sentieri per un mondo dove il potere, le risorse e il controllo continueranno ad essere tenuti lontano dalla mani della gente comune e nelle mani di coloro che rovinerebbero il mondo. La Transizione offre una storia diversa, che riguarda il vivere con i propri mezzi, connettersi col luogo, riportare il potere alla gente ed alle comunità e costruire resilienza a livello locale. Secondo me ciò ha molto più diritto ad essere denominato ‘ottimista razionale’ che non il mondo del negazionismo climatico, dell’economia del feticismo della crescita e della centralizzazione del potere. La mia precisazione è che ciò è ancora di gran lunga troppo piccolo.

Che venga chiamata o meno Transizione è irrilevante, dato che stiamo assistendo ad un incredibile fiorire di iniziative energetiche comunitarie, iniziative per il cibo locale, autorità locali pionieristiche, nuovi meccanismi di investimento progettati per dar impulso a iniziative di sostenibilità e molto ancora. Penso tuttavia che l’approccio che le Iniziative di Transizione hanno sviluppato ed affinato collettivamente sia uno degli strumenti più potenti che abbiamo in questo tempo. E’ auto-organizzato, si auto-riproduce, guidato, motivato e positivo. Sta creando nuove organizzazioni, nuovi modelli per gli investimenti interni, un nuovo impulso verso il ripensamento delle economie locali. Non aspetta il permesso di nessuno. Sta cominciando a modellare le alternative ai combustibili fossili non convenzionali che altrimenti si scatenerebbero contro di noi.

E’ ancora troppo piccolo, ma può ingrandirsi. Ha bisogno di investimenti (ci stiamo lavorando), ha bisogno di sostenere attivamente l’emergere di economie nuove, più resilienti e più localizzate (qui), ha bisogno di più persone (ad esempio tu?), ha bisogno di visibilità (forse Monbiot poteva fare questo piuttosto che scrivere articoli simili) e questo è tutto. Gran parte degli altri ostacoli stanno nella nostra stessa immaginazione. Il tipo di mondo di cui ci avverte qui Monbiot, potrebbe ben essere la nostra unica opzione (anche se potremmo trarre molta ispirazione dai paesi che stanno sempre avanti con l’installazione di energie rinnovabili piuttosto che parlarne, tipo Danimarca e Germania) ma, mentre abbiamo bisogno di azioni di partecipazione, di campagne per fermarlo, abbiamo anche bisogno di una rapida proliferazione di un approccio dal basso e la Transizione è il miglior tentativo che ho visto finora (ma poi mi tocca dire che non dovrei dirlo?!) In definitiva è solo con la revoca del nostro sostegno, del nostro investimento e del nostro potere d’acquisto alle industrie che non vedono scelta se non quella di spremere ogni miserevole goccia dagli ultimi giorni dell’era del petrolio, che andremo da qualche parte. E lo possiamo fare solamente se abbiamo una storia avvincente su quanto possiamo creare al suo posto.

Monbiot stesso ha scritto nel 2005 “le nostre speranze di un atterraggio soffice stanno in due sole proposizioni: che le figure dei produttori di petrolio siano giuste e che i governi agiscano prima che sia tardi. Spero che questo vi rassicuri”. Non vedo assolutamente, nel suo più recente articolo,  nessuna ragione e niente che possa aver cambiato qualcosa in relazione a queste due proposizioni. E’ chiaro che, che sia per la crisi del debito, per il cambiamento climatico o per il picco del petrolio, un atterraggio morbido sembra sempre meno probabile. Io per primo non ho ancora intenzione di buttare il picco del petrolio nella spazzatura. Piuttosto riconcentriamoci e andiamo avanti con il lavoro importante che rimane da fare.

9 commenti
  1. agata maugeri
    agata maugeri says:

    In momenti così bui e confusi, serve la lucidità di persone come Hopkins. Grazie, Rupo, per il tuo impegno.
    Agata

  2. Gian Nicola
    Gian Nicola says:

    Grazie per la traduzione e la segnalazione: indispensabile, grazie di cuore. Mi sono sempre chiesto se la Transizione sarebbe potuta esistere anche senza il picco del petrolio. Che ce ne sia oppure no, scusate la franchezza, ma “chissenefrega”. E’ ora di cambiare, basta, col vecchio, avanti col nuovo, fossero anche orti comunitari e mercatini locali con monete locali. C’è ancora tanto petrolio? Meglio! Lo vogliamo usare con “intelligenza” e sopratutto, sempre meno? Ma meglio ancora!
    Avanti, avanti, il petrolio e il cambiamento climatico sono una scusa per cambiare noi dal di dentro.
    C’è ancora tanto da fare, e se andiamo avanti nella “transizione” possiamo davvero ritrovare il “paradiso” sulla Terra.

  3. Massimiliano
    Massimiliano says:

    Grazie a voi, non c’è miglior ringraziamento che sapere che quello che hai fatto è utile qualcun altro oltre che a te stesso.
    Voi non immaginate neanche quale benedizione sia essere in cassa integrazione, quante cose belle ed utili si possano fare: orti, traduzioni, relazioni con vicini che non avevi mai visitato, recupero di intere aree del fiume sotto casa da discarica a futuro frutteto, riposo e possibilità di vedere la vita al di fuori della ‘molla’…
    Uscire dal tunnel del lavoro come concepito nel BAU libera enormi energie… viva la crisi!

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  2. […] il resto lo trovate sul blog di Transition Italia Like this:Mi piaceBe the first to like this. […]

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