La Transizione è politica?

 

Di Rob Hopkins

Da “Transition Culture”. Traduzione di MR

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Criticare la Transizione perché è esplicitamente apartitica e per il fatto che non si impegna nel sistema della politica e dei partiti in modo convenzionale mi sembra come criticare un cucchiaio perché non è molto utile per tagliare il pane. La Transizione è uno strumento progettato per uno scopo specifico. Ma con l’ascesa di UKIP, Fronte Nazionale, Alba Dorata ed altri in Europa ed altrove, l’approccio della Transizione è ancora sostenibile? Dovremmo tutti presentarci alle elezioni? Questo sembra un buon momento per esplorare il modo in cui la Transizione si relaziona alla politica e se il suo approccio è ancora appropriato. Benvenuti non nostro mese di Transizione e politica.

Durante questo mese esploreremo 4 domande chiave:

  • La Transizione è politica?
  • Cosa succederebbe se voi ed alcuni amici simili per mentalità vi metteste insieme e vi candidaste per il vostro comune?
  • Come trovano voce coloro che sono all’interno del sistema politico e mettono in discussione i suoi assunti fondamentali?
  • Cosa fanno i partiti politici principali di Transizione?

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Ci piacerebbe anche sapere cosa ne pensate ed avere vostri contributi. Oggi cominciamo con questo pezzo in risposta alla prima domanda: ‘la Transizione è politica?’ e la nostra intervista con Peter Macfadyen per la seconda. La prima cosa da dire è che ciò che segue sono i miei pensieri, non una qualche posizione politica ufficiale del Transition Network. Per quanto mi riguarda, io immagino la Transizione come se fosse una app. E’ progettata per fare una cosa specifica, mettere insieme le persone per sostenerle ed attivarle per costruire resilienza a livello comunitario, ma sempre nel contesto che, se fatto in un numero sufficiente di luoghi, comincerà a cambiare la politica su scala più ampia e ad aiutare a portare una cultura umana più sana.

Ma è una fra le numerose app che si possono avere per scopi diversi. E’ diversa dalle app della protesta o delle campagne di informazione, è diversa dalle app di lobby politica e si useranno app diverse in tempi diversi. Come dice Jeremy Caradonna nel suo libro in uscita Sostenibilità: una storia, “la sfida è quella di avere un movimento politicamente attivo senza diventare politicizzati”. Ma la domanda che emerge è se la Transizione non è che una parte di un processo più ampio per guidare il cambiamento verso una società più resiliente, giusta, a basso tenore di carbonio e di abbondanza, quale dovrebbe essere il suo rapporto con gli altri pezzi del puzzle? Come si dovrebbe rapportare con le altre ‘app’ (per esempio altri movimenti/campagne/idee per il cambiamento) e al governo locale e nazionale?
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La Transizione come una delle molte app per il cambiamento sociale

Esther Aloun e Samuel Alexander del Simplicity Institute hanno di recente pubblicato un saggio rinfrescante, ben studiato e riflessivo chiamato Il movimento di Transizione: questione di diversità, forza e abbondanza. In questo saggio, si chiedono: “può un movimento sociale, come quello di Transizione, ottenere un cambiamento fondamentale senza impegnarsi nell’azione politica dall’alto? Io risponderei che questo è il solo modo in cui funzionerà la Transizione, creando uno spazio per l’innovazione e la sperimentazione su scala locale in modo tale da ispirare il cambiamento in altre comunità così come più in alto. Stiamo cominciando ad vedere le prove che questo funziona. Il suggerimento di Aloun e Alexander secondo cui la Transizione sarebbe più efficace se fosse connessa meglio con movimenti per il cambiamento più radicali mi sembra che manchi completamente il punto, a mio modo di vedere. Lasciate che lo spieghi un po’ di più.

Se decidessi di presentarmi come candidato delle Città di Transizione, insieme alle mie grandi politiche collegate alla Transizione, dovrei avere politiche sull’aborto, sulla sanità, sull’educazione, sulla difesa, sul commercio internazionale, ecc ecc. Ogni volta che dichiaro una politica su uno di questi temi, mi piazzo sempre di più da qualche parte nello spettro sinistra/destra, pro/anti crescita, pro/anti capitalismo. Appena faccio questo, perdo tutte le persone che non stanno da quella parte. Ciò che funziona a livello politico nazionale diventa profondamente inutile a livello locale.

Lavorare attraverso un’iniziativa di Transizione, che manca di un’esplicita posizione politica è una delle nostre forze chiave. Permette di costruire il tipo di gruppo variegato e politicamente trasversale che serve per costruire comunità più resilienti. Permette la creazione di progetti su scala significativa, ma non limitata da partiti politici e problemi più ampi. E’ il ‘potere di unire’ in cui la Transizione è capace, cosa virtualmente impossibile fare in modo realmente inclusivo se si viene percepiti come politicamente allineati.

Di recente sono stato incuriosito e ho preso una copia del romanzo La seconda vita di Sally Mottram, 4appena pubblicato da David Nobbs, autore di ‘La caduta e l’ascesa di Reginald Perrin’, fra le altre cose. Racconta la storia, nel tipo di racconto che molta gente porterà in spiaggia quest’estate, di Sally che, secondo il retro di copertina “si imbarca nella sua ambizione di riportare la sua città alla vita” facendo partire un’iniziativa di Transizione. E’ “una storia ilare e commovente su cosa mantiene vivo lo spirito della nostra comunità”. Come riassume la Transizione? Qui Sally sta leggendo sul treno, per la prima volta, della Transizione:

I libri [della Transizione] sono pieni di piccoli dettagli, di piccole cose che sono state fatte per cambiare e migliorare molti posti, prevalentemente luoghi molto piccoli, ma il loro tema di fondo non è piccolo. Si tratta, semplicemente, di salvare il nostro pianeta. Implicito in esso e nelle azioni c’è che le cose grandi nascono dalle cose piccole, che da mille piccole azioni, se si possono unire, potrebbe emergere un’azione grande.

L’idea che approcci dal basso guidati dai cittadini rappresentino realmente semplicemente il tipo di azione politica che abbiamo bisogno di vedere sta guadagnando impulso, galvanizzata in particolare dai recenti successi della destra alle elezioni europee. Il gruppo di pensiero dell’ala sinistra Compass di recente ha scritto, nelle sue riflessioni sui risultati delle elezioni europee:

Una nuova economia sta aspettando di essere modellata attraverso aziende consapevoli del cambiamento climatico, attraverso schemi di prestito fra pari per sfidare realmente le grandi banche, attraverso investimenti finanziati dal basso come le piattaforme di avvio e condivisione nelle quali prendiamo in prestito e prestiamo grandi articoli che non usiamo spesso. Una miriade di progetti collaborativi resi possibili da nuove tecnologie, iniziative democratiche come Abundance e grandi idee come B Corps che cambiano la natura stessa delle aziende.

Le stesse tendenze verso la collaborazione, l’auto-organizzazione e le reti sociali verranno infuse nella nostra politica. Da 38 Degrees alla democrazia Flatpack di Frome, dal grande successo di Speranza, non odio nello sconfiggere dal Partito Nazionale Britannico alle Città di Transizione, abbiamo bisogno di una politica condotta dai cittadini, di democrazia quotidiana, non solo di un voto una volta ogni cinque anni.

Quando abbiamo dato vita alla Transizione, la gente diceva “non sarete mai in grado di influenzare i politici con progetti di comunità. Non succederà”. Eppure ora possiamo cominciare ad avere un’idea di come sarà questa progressione. Prendiamo Brixton Città di Transizione a Londra come esempio:

  • Un gruppo di persone si mette insieme e fa crescere la consapevolezza a livello locale, eventi in Open Space, impegna quante più persone possibile che si lanciano come iniziativa di Transizione
  • Questo crea uno spazio supportato in cui la gente ha il permesso di far partire progetti, imprese, iniziative, ma all’interno di un contesto più ampio di altra gente che fa la stessa cosa.
  • Una di queste, Brixton Energy, nasce dal Gruppo Energia e presto diventa una azienda energetica di comunità di successo, che gestisce tre offerte azionarie.5
  • Il Segretario di Stato per l’Energia e il Cambiamento Climatico, Ed Davey, la sceglie come luogo per lanciare il suo appello per una ‘rivoluzione energetica di comunità’ (a destra).
  • Quando il governo abbozza il suo ‘Strategia Energetica Comunitaria’, Brixton Energy fa parte della squadra che redige le bozze (insieme ad altre persone delle iniziative energetiche di Transizione) e vengono menzionati come caso di studio.

Questo a me sembra essere radicale quanto qualsiasi altro gruppo col quale Aloun e Alexander pensano che la Transizione debba fare squadra, ma non sarebbe potuto accadere se lo avesse fatto. La domanda che emerge naturalmente è se impegnarsi in una cosa come la Strategia Energetica Comunitaria sia stato o meno un buon uso del tempo, se sembra probabile portare il tipo di cambiamento realmente trsformativo di cui abbiamo realmente bisogno.

La risposta, finora perlomeno, è che non è sufficiente, ma probabilmente è la cosa migliore che avremmo potuto sperare sotto l’attuale governo. Ed ha permesso il finanziamento per attivare cose come il Fondo ‘Peer mentoring’* per l’Energia Comunitaria (*), che ha attivato il lavoro alla pari che ora sta facendo OVESCO, sostenendo 10 comunità vicine nell’impostare le loro aziende energetiche di comunità, così come altro supporto finanziario. C’è sempre, naturalmente, il pericolo di venire co-optati, un pericolo sollevato da Aloun e Alexander:

Come la maggior parte dei movimenti riformisti, approcci non conflittuali, dal momento che il movimento crea un’occasione sufficiente a diventare visibile, il sistema esistente potrebbe già aver avuto tempo di adattarsi, semplicemente adeguarsi a quel cambiamento”.

Questo è un rischio. Si potrebbe ribattere che, nel contesto del Regno Unito, la Big Society è stato un tentativo di imbottigliare parte di ciò che la Transizione fa così bene. Come di fatto lo sono stati alcuni elementi del Localism Bill. Ma anche se averndo il sostegno da parte delle autorità locali ed altri enti si potrebbe essere visto come co-optati, può realmente essere uno dei modi migliori di proteggersi da questo. Per esempio, il grado di sostegno istituzionale della Sterlina di Bristol da parte del Comune di Bristol è tale che se il governo o la Banca d’Inghilterra volessero chiudere il sistema per qualsiasi ragione, non è solo la Sterlina di Bristol che devono perseguire. Alla fine, si può riuscire a fare di più a livello locale, si può far avvenire il cambiamento. Vedere che il cambiamento avviene ricostruisce la tua fiducia sul fatto che il cambiamento sia possibile e che valga la pena fare uno sforzo. Tendo ad essere d’accordo con John Boik che recentemente ha scritto sul Guardian:

Il livello nazionale non è il luogo per introdurre il cambiamento coraggioso. Farlo sarebbe troppo rischioso, troppo improvviso e troppo caotico per una nazione. Inoltre, sarebbe politicamente insostenibile; le resistenze da parte degli interessi costituiti sarebbero forti.

Una strategia di gran lunga più pratica è quella di introdurre sistemi monetari, finanziari e aziendali a livello locale, su base volontaria e come un complemento all’attuale sistema. Un tale approccio è già legale negli Stati Uniti e molti altri paesi, non servirebbe alcuna nuova legge da approvare. Questa strategia offre la possibilità maggiore di successo con la minore quantità di screzio.

Su scala locale si può creare una nuova storia, mostrare nella pratica, vivente e pulsante, parti funzionanti di una più ampia economia resiliente in arrivo in modo pratico. E questo ha importanza. Come dice John Ehrenfeld in Sostenibilità per progetto:

La sostenibilità può emergere solo quando gli esseri umani moderni adottano una nuova storia che cambierà il loro comportamento in modo tale da prosperare piuttosto che quando l’insostenibilità si manifesta in azione”.

Ciò che mi affascina è il modo in cui questa idea di essere più efficaci atrraverso il non essere esplicitamente politicizzati sta guadagnando impulso. E’ scritto nella storia degli Indipendenti da parte di Frome di cui sentiremo parlare la prossima settimana. E’ l’invito che ho ricevuto per parlare a Salisbury un paio di settimane da parte di un misto di consiglieri che rappresentano tutto lo spettro politico e da parte di alcune persone locali che vogliono far partire la Transizione ma si rendono conto che il Comune non potrebbe farlo. E’0 scritto nel Progetto Economico per Totnes, creato con una coalizione di soggetti interessati locali.


Quindi, per rispondere alla domanda che ci da l’avvio questo mese, “la Transizione è politica?”, la risposta è sì. Profondamente. Ha il potere di trasformare le comunità, le economie, riportere il potere a livello locale, incoraggiare le comunità ad essere proprietarie dei propri patrimoni e ad avere più controllo sul proprio destino economico. Per creare nuovi sistemi alimentari, economici, modelli educativi e ancora e ancora. Conoscete queste cose. Questo è profondamente, visceralmente politico. Ma non lo è esplicitamente. Agisce al di fuori del radar e questo conta davvero. Ma la domanda

Ma poi si pone la domanda, quando il discorso della Regina dà, fra le altre cose, alle aziende di fracking il potere di trivellare sotto casa vostra senza il vostro permesso, la vostra migliore opzione è quella di riunire i vostri vicini per ridurre il vostro uso di energia e dar vita ad un’azienda energetica comunitaria (come recentemente avvenuto a Balcome), o fare lobby e protestare? E qual è, alla fine, la soluzione più ‘politica’? Gustatevi il mese.

 

 

5 commenti
  1. maria gemma urbani
    maria gemma urbani says:

    Ringrazio Massimiliano per la traduzione.
    Vi seguo con interesse da tempo e seguirò con attenzione il dibattito ora lanciato.
    per la cronaca io vivo a Lucca e due anni fa alle amministrative locali, con delle amiche abbiamo deciso , in totale autonomia e autofinanziandoci completamente ( 3OOO euro in totale) , di provare a immaginare un programma per la città , presentandoci alle elezioni .
    una sfida agli strapoteri politici ed economici.
    il bello è che I partiti tradizionali hanno pure avuto paura..
    attualmente continuiamo la nostra opera di resilienza!
    Gemma Urbani

  2. Ceci
    Ceci says:

    Grazie Massimiliano, articolo molto utile. Ho dubbi su questo punto dalle elezioni politiche dell’anno scorso; ognuno ovviamente segue la propria strada, mi pare di capire che il punto è proprio che non ci sia un’unica strada

    • Massimiliano
      Massimiliano says:

      Prego.

      Credo che il punto sia, per usare una metafora biblica, che la Transizione debba in qualche modo aleggiare sul Caos, non entrarci dentro e scegliersi una parte. Aspettare, osservare, ‘usare’ ogni opportunità di portare un cambiamento nella vita reale, nostra e degli altri. Anche se abbiamo le nostre idee (ognuno ne ha), se vogliamo fare Transizione e affrontare i problemi che ci si era prefissi di affrontare (picco del petrolio, cambiamenti climatici, giustizia e collaborazione sociale, ricostruzione della resilienza, più tanti altri che si sono aggiunti strada facendo), non possiamo permetterci di essere parziali, anche perché, tra l’altro, per quanto possa sembrarci forte, bella e sensata un’idea, possiamo stare certi che non contiene tutto. L’intreccio, l’interazione biodiversa, il crossing over delle idee (dei flussi) è fondamentale nell’evoluzione della vita.

      Più che affezionarci ad un’idea ed abbracciarla – perché per qualche motivo ci fa comodo farlo; perché ci è affine, perché ci permette di non pensare ad altre cose che facciamo fatica a pensare, ecc. – dovremmo diventare dei veri ricercatori, non accontentarci mai di una sola spiegazione, ma allo stesso tempo non relativizzare le cose che ci danno fastidio o ci creano dolore. Anche perché abbracciare un’idea, una parte, ci mette poi nelle condizioni di dover difendere e combattere per quella parte, creandoci non pochi problemi quando, e prima o poi succede, ci rendiamo conto che quella parte non è il tutto. Insomma, un compito mica da niente! Ma un’occasione di crescita evolutiva (non economica…) davvero enorme. Interessa la sfida?

      Come dice Rob, così la penso io. E rappresento me stesso. Ma credo che questi commenti siano uno spazio appropriato per aprire anche qui in Italia un confronto su questi temi, poiché credo, ahimè, che qui siano ancora più stringenti che in Inghilterra.

  3. Bernardo Piemonte
    Bernardo Piemonte says:

    Grazie Masssimiliano per la traduzione!
    Condivido totalmente : ogni ns. scelta-azione è politica ma presentarsi alle elezioni sarebbe un errore come movimento politico ci si infognerebbe nelle divisioni ce ancora dominano dx-sx-centro …che non hanno senso ….siamo tutti sullo stesso ramo e la divisione in fazioni fa comodo solo a chi vuol segare l’albero!

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  1. […] “Criticare la Transizione perché è esplicitamente apartitica e per il fatto che non si impegna nel sistema della politica e dei partiti in modo convenzionale mi sembra come criticare un cucchiaio perché non è molto utile per tagliare il pane. …” in questo modo inizia l’articolo scritto da Rob Hopkins e ora tradotto in italiano da Rupo. Assolutamente da leggere …. […]

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