Cronache Veneziane

Salve a tutte/i,
per chi avesse la curiosità di sapere cosa sta succedendo a Venezia (e magari decidesse di venire in navigazione con Rob o alla Festa di Ferrara), ecco un breve ed intenso report della giornata di ieri uscito dalla ‘penna’ dello stesso Rob.

Buona lettura.

Terzo giorno alla conferenza per la Decrescita di Venezia: “Non ci servono solo più posti di lavoro, ci servono posti di lavoro utili”

Da “Transition Culture”. Traduzione di Massimiliano Rupalti

Il tema di oggi (venerdì 21) era il lavoro. La prima sessione plenaria ha avuto 4 relatori. Il primo, Gilbert Rist dell’Istituto Universitario di Alti Studi di Ginevra ha liquidato in modo piuttosto schietto l’economia di oggi. Abbiamo bisogno, ha detto, di liberarci dal dominio che l’economia ha sulla volonta’ della gente. Ci sono due ragioni per le quali è fatalmente sbagliata. La prima è che è basata su modelli meccanicistici che rendono impossibile agli economisti capire gli attuali problemi ecologici e ambientali, specialmente nella biosfera.

Perché? L’economia per come la conosciamo è nata nel tardo 18° secolo e all’inizio del 19°, il che significa che c’era un tempo, non molto tempo fa, nel quale non esisteva e la gente di fatto viveva senza economisti e senza i cosiddetti esperti di economia. L’economia si crede una scienza e ad essi piace dare un tono scientifico alle loro teorie. Come ha scritto un economista, volevano rendere l’economia “reale come la matematica o l’astronomia”. Gli economisti volevano essere rispettati dagli scienziati, ma hanno trascurato che i progressi nella fisica hanno reso le loro idee superflue. Questa teoria è completamente cieca all’ecologia. La seconda ragione è il mito della scarsità. L’economia ha come mito fondante la scarsità, ma questa è un’ipotesi falsa che sta per diventare vera.

La scarsità porta alla violenza perché crea competizione per le scarse risorse. La sola risposta quindi è la crescita, necessaria per soddisfare sempre di più i bisogni. La decrescita, ha concluso, deve non solo prendersi cura dell’agricoltura biologica, dei trasporti pubblici e così via. Per raggiungere l’obbiettivo, dobbiamo avviare una battaglia contro la scienza economica così com’è pensata nelle università e nei media, per esempio che venga considerata una scienza mentre non lo è e che debba avere l’ultima parola in tutti i dibattiti. Avete mai sentito di una scienza che non ha mai cambiato il proprio paradigma per oltre 100 anni? La decrescita non riguarda il passato, ma il futuro.

Il relatore successivo è stato Maurizio Pallante che ha cominciato dicendo che crede che posti di lavoro e occupazione non sono la stessa cosa. Abbiamo dimenticato l’idea del lavoro. Le casalinghe non sono considerate lavoratrici, producono dei beni ma non vengono pagate. L’occupazione non è la stessa cosa di lavoro. La decrescita non è interessata a creare occupazione di per sé stessa. Per esempio, costruire armi e bombe è occupazione. Non abbiamo solo bisogno di nuovi lavori, ma ci servono lavori utili. Lavori che ci portino verso la decrescita. In Italia, il numero dei lavoratori negli anni 60 era di 20 milioni.

Oggi la popolazione è cresciuta in modo significativo, il PIL è cresciuto, ma abbiamo approssimativamente lo stesso numero di persone che lavora. L’altra faccia della crescita è l’enorme debito pubblico che è stato generato. Essa richiede che sia il settore pubblico sia le famiglie si indebitino. Non c’è modo di uscire da questo casino usando il pensiero attuale. La decrescita dice che abbiamo bisogno di trovare soldi per più investimenti senza creare debito e questo potrebbe venire dalla riduzione dei rifiuti. Ciò non significa licenziare i lavoratori del settore pubblico, significa il contenimento dello spreco di risorse naturali come l’energia. Questo crea lavoro.

La vignetta della conferenza. La didascalia dice “Sto continuando a pensare alla crescita ma non mi viene in mente niente”.

La tanto propagandata “green economy” è solo un tentativo di rilanciare la crescita. Dovremmo investire in maniera massiccia in efficienza energetica, il che creerebbe un sacco di lavori specializzati. Questo porterebbe a un minor uso di combustibili, che a sua volta risulterebbe in una diminuzione del PIL, ma che sarebbe sicuramente una cosa buona.

E’ stata poi la volta di Mario Agostinelli dell’Associazione Energia Felice di Milano, che, devo dirlo, parlava a voce molto alta e in cuffia avevo una traduzione a voce molto bassa, quindi mi sono perso gran parte di quello che ha detto, a parte la sua affermazione del fatto che dovremmo avere le organizzazioni sindacali a queste discussioni. L’ultima è stata Antonella Picchio di Modena e Reggio Emilia, una accademica radicale femminista. Ha detto che crede il cambio di paradigma debba partire dalle donne. Ha detto il suo compito è molto difficile: determinare un cambiamento nella discussione. Ha detto che come femminista si sente critica nei confronti della decrescita. Non si percepisce come un’economista di genere, piuttosto come un’economista femminista.

A lei interessa il perché il sistema ha creato le disuguaglianze che ci sono. Il problema, ha detto, non è che gli uomini non si sono presi cura delle donne, ma che non si sono presi cura di sé stessi e si sono aspettati che lo facessero le donne al posto loro. Ha anche parlato a nome delle casalinghe, dicendo che quando la gente parla dell’economia globale e così via, nessuno parla delle circa 8.000 donne che rimangono ferite ogni anno facendo i lavori di casa. E’ importante che tutti quanti mettiamo in discussione il nostro stile di vita, chiedendoci chi grazie a chi è possibile fare quello che facciamo. Abbiamo bisogno di capire il problema del lavoro non pagato delle donne immigrate. La sua conclusione è stata che dobbiamo fare uno sforzo di onestà e cercare le ragioni profonde, il vero nemico è il collegamento fra i salari e il welfare. I mercati finanziari dettano le nostre vite. Queste cose dovrebbero essere presenti nel dibattito pubblico.

In seguito, sono andato ad un laboratorio sul bioregionalismo che non è stato nulla di trascendentale, salvo per una breve panoramica su uno studio progressivo della Regione Friuli Venezia Giulia, piuttosto simile allo studio ‘Possono Totnes e il suo distretto nutrire sè stessi?’ del quale ho fatto parte e che cercava fino a che punto è possibile l’autosufficienza alimentare nel contesto bioregionale. Dopo pranzo, ho intervistato Arturo Escobar e la pubblicherò qui non appena l’avrò trascritta. Come ieri, al posto di andare alla seconda parte del laboratorio, sono andato fare una passeggiata per la città. Ecco, ancora una volta e per le persone che me lo hanno chiesto l’altro giorno, alcune foto fatte oggi di questo posto incredibilmente bello.

Oggi pomeriggio la sessione plenaria era intitolata ‘Scenari’. Il primo relatore è stato Luca Mercalli, un climatologo della Società Meteorologica Italiana. Ha iniziato dicendo che la crescita semplicemente non è più possibile. La Terra è apparsa 4,5 miliardi di anni fa, gli esseri umani sono arrivati 200.000 anni fa ed abbiamo l’economia della crescita da 200 anni. Non abbiamo scelta, non possiamo venire a patti con la Termodinamica. Ci sono prove evidenti che stiamo vivendo oltre le nostre possibilità. Ci stiamo spingendo oltre i limiti. Tuttavia, tutto questo viene trattato nei media come se fosse una partita di calcio o cose del genere.
Il numero di articoli che avvertono del disastro sta crescendo sempre di più, come quello di “Nature” intitolato “Ci stiamo avvicinando ad un cambiamento di stato della Biosfera terrestre”. Sappiamo che le concentrazioni di CO2 di quest’anno sono senza precedenti. E quanto alla riduzione dei ghiacci marini dell’Artico, è molto peggio del peggiore scenario ipotizzato 20 anni fa. La decrescita, ha concluso non significa tornare indietro, ma contiene una buona visione del nostro futuro nel momento in cui gireremo le spalle ai combustibili fossili. (Questa parte è stata corretta su segnalazione di Luca Mercalli che ha indicato degli errori nella traduzione italiano-inglese che hanno poi condizionato l’articolo di Rob, ndT.).

Subito dopo è toccato ad Erik Assadourian del Worldwatch Institute. La sua conferenza era intitolata ‘Arrivare ad una società sostenibile’. Ogni anno il Worldwatch Institute pubblica il rapporto “Stato del Mondo” ed ogni anno i toni diventano più preoccupati. Durante gli ultimi 40 anni ci sono state tantissime grandi idee, rapporti chiari, piani per creare un mondo più sostenibile, ma non lo abbiamo fatto. Quello che abbiamo è un concetto di “crescita verde”, che farà solo di più di quello che facciamo già attraverso la cattura del carbonio, la geo-ingegneria e così via, l’idea che saremo capaci di risolvere tutti i problemi che crea la crescita. Attualmente stiamo usando una volta e mezzo la nostra biocapacità.

Vi rendete conto di quanto dobbiamo tagliare la crescita se vogliamo vivere entro i nostri limiti? Per esempio, se tutti nel mondo vivessero come in Italia, saremmo in grado di sostenere una popolazione mondiale di 2,8 miliardi di persone (attualmente siamo più di 7 miliardi), e se vivessimo tutti come negli Stati Uniti il numero sarebbe di 1,4 miliardi. Se questo fosse equamente distribuito, avremmo bisogno di vivere con 3-4.000 dollari all’anno in tutto il mondo. Tendiamo ancora a pensare in termini di ‘leggera decrescita’, ma queste sono le implicazioni del fare realmente quello che andrebbe fatto. Una società realmente in decrescita sarebbe una popolazione che vive in abitazioni piccole e con più generazioni che vi convivono, niente auto private, niente aerei e pochissimi animali domestici, un’economia basata sul cibo. Essa richiederebbe che il 60-70% della popolazione lavorasse in campagna a coltivare il cibo. Ciò richiederebbe l’abbandono della società dei consumi. Ammetto che non sia attraente ma, in confronto ad avere una elite della popolazione che consuma mentre il resto vive in povertà convivendo con un cambiamento climatico catastrofico, direi che è la migliore delle due opzioni, mi vien da dire.

Ci sono alcuni passi chiave verso la decrescita. Dobbiamo deregolamentare i paradisi fiscali (immagino sia un refuso, probabilmente intendeva dire ‘regolamentare’, ndT.), redistribuire i carichi fiscali, mettere fuori legge il cibo-spazzatura, mettere tasse in direzione del bene comune e in direzione della preparazione ai cambiamenti ecologici. Dobbiamo suddividere meglio i redditi ed il tempo attraverso una distribuzione più equa degli orari di lavoro. Dobbiamo coltivare un’economia dell’abbondanza. Dobbiamo rendere naturale il vivere in modo sostenibile, così come oggi lo è la vita da consumatori. Ci servono strategie intenzionali per normalizzare la società dei consumi, abbiamo bisogno di cambiare per rendere normale una cultura sostenibile. La grande domanda è: è troppo tardi? Dobbiamo stabilire un approccio filosofico-missionario ora, esperienze come le Transition Towns ne sono un grande esempio. Perché movimenti come la Cristianità, l’Islam, il Buddhismo sono durati migliaia di anni? Perché creano un senso di comunità, producono imprenditoria sociale e così via. Possiamo apprendere strategie per cambiare da queste.

Ugo Bardi prende la parola

 L’ultimo relatore è stato Ugo Bardi dell’Università di Firenze, che potrebbe risultare famigliare ai lettori di Transition Culture come presidente (past president, ndT.) di ASPO-Italia e come commentatore occasionale su queste pagine. Il Picco del Petrolio, ha detto, è complesso. A che punto ci troviamo ora in termini di Picco del Petrolio? Be’, il picco del petrolio è stato di fatto raggiunto qualche anno fa. E’ superato. Ora ci troviamo nella metà di decrescita della classica curva a campana del petrolio. Secondo me, parlare di picco del petrolio per 10 anni, è stata un’esperienza Zen, come diventare illuminati! Più di quanto avrei potuto fare con un maestro Buddhista! Ho appreso del Picco del Petrolio da Colin Campbell. Nel 1995 egli ha detto che avremmo raggiunto il picco in circa 10 anni. Lui lo ha appreso da M.K. Hubbert, il quale nel 1956 aveva detto che avremmo raggiunto il picco fra 50 anni. Leggendo i saggi potreste pensare che non accadrà mai. La finestra è ormai chiusa, tuttavia, il picco è stato superato. Ciò ci ha spinti a fare cose come questa (vedi immagine sotto)…

Le sabbie bituminose, la cui estrazione richiede camion così grandi, ci ha permesso di mascherare il picco nello stesso modo in cui, ha detto, alcuni membri di questa audience hanno mascherato il fatto che i loro capelli siano diventati grigi tingendoli di un altro colore. Maugeri ha recentemente pubblicato il suo saggio per dire che il picco del petrolio è un nonsense e lo ha fatto attraverso la stampa Italiana. Pensavamo che il picco del petrolio avrebbe risolto il cambiamento climatico, ma ora nessuno lo crede più. Sarebbe stato così se avessimo accettato le conseguenze del picco del petrolio ed avessimo trovato delle alternative.

Non averlo fatto è stato un grande e grossolano errore che influenzerà il 21° secolo. Speravamo tutti che il picco del petrolio ci avrebbe portati alla decrescita. Ma stiamo ancora usando risorse che inquinano di più per avere lo stesso risultato. Il cambiamento climatico è in corso, lo sapete… vedete i cambiamenti accadere, ma crediamo ancora che un albero abbia valore soltanto una volta abbattuto. Il cambiamento climatico è come un ladro nella notte. Vi lascio con una domanda, una per la quale non ho la risposta e che mi pongo continuamente. Il picco del petrolio ha peggiorato i problemi, quindi, pensiamo veramente che la decrescita possa risolvere questi problemi?

In seguito, dopo due passi e un po’ di cibo, sono tornato al tendone principale per ciò che era accreditato come ‘Incontro dei Network e dei Movimenti Internazionali’, che ho pensato poteva essere un’opportunità per incontrare attivisti da diversi network e discutere modi per collaborare di più. Alla fine sono state due ore piuttosto deludenti durante le quali la gente è stata seduta su un palco dietro a dei tavoli a parlare. Mi è stato chiesto di dire qualcosa alla fine sul punto di vista della Transizione, ma mi è ancora sembrata un’enorme possibilità perduta ed ho pensato che un po’ di buona facilitazione avrebbe potuto portare ad una discussione realmente utile. Sono tornato indietro oltra l’area dei tendoni presso il Canale, dove c’erano gradinate ed eventi durante i giorni scorsi. Qui c’era un gruppo che suonava, gente che ballava il vino scorreva, la conversazione era allegra e vitale e ho desiderato di aver passato le due ore precedenti in questo posto piuttosto che al dibattito.

Mentre chiacchieravo con le persone bevendo un po’ di vino locale biologico veramente buono, è passata lentamente una di quelle navi da crociera che hanno preso a frequentare il porto a Venezia, provocando l’indignazione della gente del posto a causa delle loro assoluta inadeguatezza in quel contesto storico ed al danno che provocano al Canale stesso. Il gruppo ha smesso di suonare e molta gente fra la folla dal lato del canale si è lanciata in una canzone contro la loro presenza lì e sulla restituzione delle proprie acque.

L’enorme nave, tutta illuminata e circa 5 volte più alta dell’edificio più alto di Venezia, è passata lentamente proseguendo ulteriormente all’interno della città. La scorsa settimana qui c’è stata una grande manifestazione contro i grandi traghetti che vengono a Venezia, a causa degli impatti che hanno sul Canale stesso, della pressione che così tanti turisti (Venezia ha già circa 100 milioni di visitatori all’anno!) mettono alla città e dell’impatto sulla qualità dell’aria quando tali grandi navi entrano nelle acque della città. Se parliamo di decrescita, quella nave ed altre come quella, sembrano uno dei punti abbastanza evidenti da cui cominciare.

Manifesto della recente giornata di mobilitazione per fare restare le grosse navi fuori dal Canale di Venezia.

3 commenti
  1. Giorgio Antonello
    Giorgio Antonello says:

    Max, forse 100 milioni di presenze a Venezia sono un tantino esagerate; sarebbero 274.000 presenze al giorno! Non può essere.
    Giorgio A.

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